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Artico, sotto il permafrost bolle di metano pronte ad esplodere. E’ allarme per il futuro climatico

Mar 6 2020

di Lucia BrunelloIl Dolomiti

Il riscaldamento globale sta creando più guai del previsto. Circa un terzo del carbonio presente sul pianeta, intrappolato nel Mar Glaciale Artico sotto forma di metano e anidride carbonica, minaccia di liberarsi in atmosfera

TRENTOIl ghiaccio dell’Artico si sta sciogliendo e questo sta portando con sé conseguenze molto più a largo spettro di quelle che si potrebbero immaginare. Quando si sente parlare di scioglimento dei ghiacciai, si pensa subito all’innalzamento del livello del mare e, conseguentemente, delle temperature, ma la minaccia non si esaurisce qui.

Con il riscaldamento globale, si sta assistendo una progressiva e sempre più esponenziale diminuzione del volume dei ghiacciai presenti sul pianeta, tra cui quelli dell’Artico. Se negli anni ’80, infatti, il ghiaccio di questi costituiva il 20% della calotta polare, ad oggi si è ridotto a solo il 3%. Questo fatto che, si traduce in un innalzamento dei livelli del mare, disegna una grandissima minaccia per il permafrost (il suolo “perennemente” ghiacciato).

Sotto il permafrost, sembra siano intrappolati oltre 1500 miliardi di tonnellate di gas serra, di cui la maggior parte costituite da metano, gas con una mole 25 volte più dannosa rispetto l’anidride carbonica. Qualora parte di questa spaventosa quantità venisse rilasciata nell’atmosfera (di questo passo si prevede avverrà nel giro di pochi decenni), l’impatto sulle temperature medie del pianeta sarebbe irreversibile e di gravissima entità.

Il metano è il prodotto dalla decomposizione batterica delle carcasse di animali morti e dei resti vegetali, che nel corso dei millenni si sono accumulati nel ghiaccio. Questo si trova dentro delle vere e proprie “bolle”, che esplodono in atmosfera man mano che risalgono in superficie dallo scioglimento del ghiaccio. Questo è il cosiddetto termocarsismo.

E, secondo uno studio pubblicato su Nature Geosciences, questo stesso fenomeno sta provocando un cambiamento anche del panorama naturale delle aree direttamente interessate, come si è visto in questi ultimi mesi. Le superfici si sono bucherellate, somigliando a quelle che si trovano nelle regioni carsiche. Nel momento in cui il ghiaccio che tratteneva il terreno si scioglie, il suolo subisce un collasso e si formano veri e propri buchi che si riempiono d’acqua, alimentando lo scioglimento e portando a frane e lo sradicamento di alberi.

Inoltre, proprio in questi particolari giorni in cui la notizia del coronavirus ha raggiunto tutto il mondo, portando grande allarme specialmente in Italia, è bene citare come, per la nostra salute sia molto più minaccioso lo scioglimento dei ghiacciai, rispetto a questo singolo virus, che ha assunto la stessa importanza che si potrebbe attribuire ad un’epidemia letale (cosa che non è).
 

Infatti, all’interno del permafrost è presente un numero significativo di microrganismi vitali, che nell’Artico risalgono fino a circa 3 milioni e mezzo di anni fa. Proprio per questo c’è grande preoccupazione nelle zone dell’estremo Nord, dove, per esempio, dai resti di un mammut è stato riattivato un batterio vecchio di 20.000 anni. Il timore è che si liberino virus che il nostro organismo non riconosce e potrebbe non essere attrezzato a combattere.

Non tutti i batteri possono tornare in vita dopo essere stati congelati nel permafrost, ma quelli dell’antrace possono farlo perché formano spore, che sono estremamente resistenti e possono sopravvivere congelate per più di un secolo.

Ad oggi, particolari virus che sono stati rinvenuti, hanno dimostrato di infettare solo amebe monocellulariTuttavia, non è da escludere che un domani, altri virus, virulenti per gli esseri umani, potrebbero essere rianimati allo stesso modo, mettendo a grave rischio la nostra salute.

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