Ambiente e Clima, COVID-19, Politica Internazionale

Il “giorno dopo” in America Latina

Apr 8 2020

di Fernando Ayala Treccani

Fare politica e governare in America Latina non è mai stato facile. La regione ha sperimentato vari tipi di regimi politici, ha provato progetti di unità e integrazione senza mai riuscire a stabilire una rotta di navigazione congiunta a lungo termine che metta in primo piano l’interesse a superare la povertà e valorizzare la grande ricchezza umana e naturale che ha. Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ad oggi, ogni volta che il mondo sviluppato è stato colpito da una crisi economica o sanitaria l’America Latina ha sempre trovato più difficile recuperare.

Il “giorno dopo”, che arriverà una volta finita la crisi di Covid-19, influenzerà profondamente l’economia globale e probabilmente il nostro attuale stile di vita. Il direttore generale del Fondo monetario internazionale (FMI), Kristalina Georgieva, lo ha già annunciato, osservando che stiamo affrontando «una crisi mai vista nella nostra storia». L’onda recessiva soffia dalle steppe cinesi, attraversa l’Europa, la Siberia e il Nord America e ha già raggiunto l’America Latina, dove le fragili strutture di protezione sociale dei Paesi del continente saranno gravemente colpite, punendo più duramente quelli che hanno meno.

Dagli attuali 185 milioni di poveri presenti in una regione di 620 milioni di abitanti si passerà a 220 milioni, e la povertà estrema crescerà del 67,4%, cioè colpirà 90 milioni di esseri umani, costretti a sopravvivere con solo un dollaro al giorno. Queste sono alcune delle conclusioni presentate nel rapporto della Commissione economica per l’America Latina (ECLAC, Economic Commission for Latin America and the Carribean) intitolato America Latina e Caraibi di fronte alla pandemia di COVID-19: effetti economici e sociali.

Lo studio è stato presentato dal suo direttore esecutivo, Alicia Bárcena, il 3 aprile scorso a Santiago del Cile, e indica che l’attuale crisi mondiale differisce dalla crisi finanziaria del 2008 perché colpisce «le persone, la produzione e il benessere». Oltre alla lenta crescita economica registrata nella regione negli ultimi sette anni, la pandemia ha già iniziato a mostrare le sue prime conseguenze, con un forte calo dei prezzi delle esportazioni di materie prime, minerali e prodotti agricoli come i semi di soia, destinati principalmente al mercato cinese e a quello americano ed europeo. I Paesi più colpiti sono Brasile, Cile, Argentina, Messico, Perù e Colombia, che sono anche quelli, ad eccezione del Messico, che hanno la Cina come principale mercato di sbocco delle loro esportazioni. L’economia del Messico sarà colpita doppiamente dal calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti e dalle restrizioni all’ingresso dei cosiddetti braceros, i lavoratori agricoli che attraversano il confine per offrirsi come braccianti nella raccolta di frutta e verdura. Nei Caraibi è previsto un calo del turismo di oltre il 25%, mentre il tasso di disoccupazione nell’intera regione ‒ secondo il rapporto ‒ dovrebbe raggiungere il 10%.

Il “giorno dopo”, il ruolo che lo Stato deve svolgere nell’economia e nel garantire la protezione sociale sarà nuovamente al centro del dibattito politico latinoamericano insieme al cambiamento climatico, al tema ambientale, al grave problema della tutela e della conservazione delle risorse idriche in Paesi come il Cile. Nessuno sa con certezza come usciremo da questa crisi. Le asimmetrie riscontrabili nei Paesi dell’America Latina sono rilevanti in termini di estensione, popolazione, scolarizzazione, crescita, sviluppo industriale, diritti dei cittadini, criminalità, corruzione, evasione fiscale, governance e amministrazione dell’economia. Affermare di essere un’unica entità è un vecchio mito. Mentre ci sono Paesi in cui lo Stato fa di tutto, ce ne sono altri in cui lo Stato fa ben poco ed è il mercato, con la sua presunta mano invisibile, ad occuparsi dell’allocazione delle risorse.

In Cile, ad esempio, nell’attuale situazione economica, alcune grandi imprese sono state le prime a chiedere aiuti dallo Stato. Il governo ha annunciato un piano di aiuti economici che prevede di spendere circa il 4,5% del PIL, ma il Perù ha prospettato il 12%, mentre Paesi come la Svezia investiranno il 17% e gli Stati Uniti il ​​20%. E se guardiamo alla spesa media per la salute in tutta l’America Latina, questa raggiunge il 2,2% del PIL, contro il 9,4% in Germania, il 6,4% in Italia o il 6,2% in Spagna.

Vale la pena osservare cosa farà il governo di Santiago seguendo una rigorosa logica di estremo liberismo. Il Cile è il “ricco del quartiere”, il Paese con la maggiore forza macroeconomica della regione, con 25 miliardi di dollari in obbligazioni sovrane, ovvero risparmi, e un debito estero che non ha ancora raggiunto il 30% del PIL. Il dilemma non deve essere quello tra mercato e Stato, quanto piuttosto la ricerca del giusto equilibrio che permetta di passare dalla crescita economica allo sviluppo; e ciò non sarà possibile senza politiche redistributive che tendano a ridurre la curva della disuguaglianza. Nel rapporto ECLAC 2017 si sottolineava che il 50% delle persone con redditi più bassi partecipava al 2,1% del PIL; il 10% ne aveva il 66,5% e sull’1% più ricco si concentrava il 26,5% della ricchezza. Sono queste enormi differenze di reddito e opportunità che stanno alla base degli elementi che alimentano il risentimento e le esplosioni sociali che abbiamo visto in Cile e in altri Paesi della regione.

Il “giorno dopo”, la pandemia ci renderà tutti più poveri e piangeremo per i nostri morti. Ma può anche essere questa un’opportunità per ripensare il modo di vivere che abbiamo sviluppato, l’assurda spesa in armi e mezzi di distruzione di massa, quando invece è difficile per noi difenderci da un virus, l’accumulo di ricchezza, il consumo eccessivo e il danno irreversibile che abbiamo arrecato all’ambiente, ai mari, alla fauna selvatica. Forse è l’occasione per iniziare a seguire un nuovo modo di vivere.

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