COVID-19, Diritti Umani, diritti civili, giustizia sociale, Società Civile

La democrazia contaminata

Apr 16 2020

di Francesco MartoneComune-Info

La crisi senza precedenti innescata da COVID-19 sta mettendo in discussione il significato stesso della coabitazione e della convivenza, ridisegnando i confini dello spazio pubblico in un modo assolutamente inedito e con risultati imprevedibili. Secondo un rapporto di CIVICUS Monitor del dicembre scorso, la società civile era sotto attacco nella maggior parte dei paesi e solo il 3 per cento della popolazione mondiale viveva, prima della pandemia, in paesi in cui i diritti fondamentali erano generalmente tutelati e rispettati. Eppure, quella stessa società civile potrebbe trasformarsi in un’espressione del “comune” e chi ne fa parte organizzarsi, in modo collettivo altrettanto inedito, per favorire il perseguimento di beni e diritti comuni, come quelli al cibo, alle cure, alla solidarietà

Foto di Riccardo Troisi

Misure atte a contenere la libera circolazione e i divieti di “assembramento” hanno nei fatti determinato la limitazione temporanea, se non la sospensione, di alcuni diritti fondamentali, come quelli alla mobilità, alla solidarietà, all’associazione e all’assemblea, e, perfino, alla vita familiare. Oltre 4 miliardi di persone stanno subendo vari gradi di restrizione dei diritti civili e delle libertà. Questa crisi si sta verificando in un contesto globale in cui la democrazia e lo spazio civile sono già sotto attacco. Questo elemento deve essere debitamente preso in considerazione nell’analizzare le implicazioni del COVID-19 sui diritti umani, oltre a ipotizzare possibili iniziative al riguardo.

Il rapporto di  CIVICUS Monitor “People’s power under attack” (dicembre 2019) ha registrato una riduzione dei diritti fondamentali e della libertà di associazione, assemblea pacifica ed espressione in tutto il mondo (il 40% della popolazione mondiale vive attualmente in paesi dove è diffusa la repressione, rispetto al 19% nel 2018). Secondo CIVICUS, la società civile è ora sotto attacco nella maggior parte dei paesi e solo il 3% della popolazione mondiale vivrebbe attualmente in paesi in cui i diritti fondamentali sono generalmente tutelati e rispettati.

In questo contesto, COVID-19 rappresenta a tutti gli effetti  una grande sfida per i diritti umani e il ruolo dello statoRestrizioni (come il distanziamento sociale) ritenute cruciali per prevenire la diffusione del virus contrappongono – seppur temporaneamente – il diritto fondamentale alla salute ad altri diritti e libertà fondamentali, interrogando il concetto fondamentale di indivisibilità dei diritti.

La crisi attuale sta inoltre mettendo definitivamente a nudo  la dimensione del progressivo abbandono da parte dello stato dell’obbligo di garantire i diritti sociali ed economici, quali il diritto alla salute attraverso la sanità pubblica,  oppure il diritto ad un lavoro dignitoso. Milioni di persone, per lo più appartenenti a classi e categorie più vulnerabili,  lavoratori migranti e precari stanno perdendo la loro fonte di reddito e si troveranno in condizioni terribili al termine dell’emergenza medica.

Per quanto riguarda gli impatti di COVID-19 sui diritti fondamentali e sulla qualità della democrazia, si possono identificare due situazioni. Negli stati in cui ben prima della pandemia restrizioni e violazioni dei diritti fondamentali erano all’ordine del giorno, l’emergenza COVID-19 viene utilizzata per rafforzare la morsa autoritaria ed aumentare la repressione. Questi sono gli stati in cui l’eccezione è la regola. Negli stati in cui la democrazia, almeno in termini formali, esiste ancora, sebbene con i limiti descritti nel rapporto CIVICUS, l’emergenza COVID-19 rischia di aprire la strada a pericolose restrizioni che potrebbero persistere anche quando si suppone che l’’”emergenza” sia finita.

Questi sono stati in cui la regola potrebbe diventare un’eccezione. Queste due distinzioni sono fondamentali anche per comprendere quali siano le diverse sfide per la solidarietà internazionale ed i movimenti sociali. In entrambi i casi lo spazio dell’iniziativa – attuale e futuro – sarebbe messo a repentaglio o quanto meno influenzato. Il distanziamento sociale sta infatti ostacolando la possibilità di organizzarsi e mobilitarsi nelle modalità tradizionali (assemblee, dimostrazioni, riunioni, delegazioni di sostegno e solidarietà, osservatori della società civile internazionale). A vari livelli, anche i paesi del cosiddetto Nord globale, in cui operano o hanno sede ONG o movimenti sociali, stavano già iniziando a soffrire di una restrizione dello spazio civile (si vedano ad esempio la criminalizzazione della solidarietà o le restrizioni e la violazione della privacy a fini antiterrorismo). La differenza è che ora le restrizioni (in particolare alla libertà di circolazione, ed al diritto alla libertà di riunione e di espressione) sono applicate a intere popolazioni. 

Sarà pertanto essenziale assicurare che tutte le misure adottate per far fronte alla crisi COVID-19 e alle sue conseguenze, rispettino i diritti fondamentali e siano ispirate ad un approccio basato sui diritti. Le notizie da vari paesi non danno certo adito a facile ottimismo. Anzi. Dalla Colombia, ad esempio, dove le comunità rurali e indigene già sotto attacco prima della pandemia sono ora ancora più sotto il fuoco delle forze paramilitari: negli ultimi dieci giorni sono stati assassinati almeno 6 leader. O in Ungheria, dove Viktor Orban ha assunto pieni poteri per gestire la crisi, o le Filippine, o l’Egitto o la Turchia. Non sorprende quindi che in varie recenti dichiarazioni le Nazioni Unite abbiano invitato gli Stati a garantire il rispetto dei diritti fondamentali, a proteggere i più vulnerabili e a garantire che l’emergenza COVID-19 non venga utilizzata per calpestare i diritti delle persone, e per giustificare un’ulteriore repressione.

Foto di Riccardo Troisi

Una breve analisi della situazione in Italia

L’Italia è stata uno dei paesi in cui COVID-19 si è espanso con intensità drammatica e tragica, in particolare in alcune regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) al primo posto in termini di contagio, ricoveri ospedaliero e bilancio delle vittime. La diffusione della pandemia nel paese è stata accompagnata da misure restrittive senza precedenti che hanno innescato un interessante dibattito su legalità, legittimità democratica, stato di eccezione ed emergenza e un numero crescente di iniziative da parte di movimenti sociali, società civile e cittadini comuni.

La prima e principale considerazione da fare è legata alla misura in cui la gestione dell’emergenza COVID-19 rischia di aprire o approfondire alcune faglie esistenti nelle basi democratiche del paese e nella sua struttura di governance. Ad esempio, si assiste a una rischiosa sovrapposizione di competenze e frammentazione della politica. Da un lato il governo, una coalizione tra il Partito Democratico e il movimento 5Stelle più altri partiti minori, dall’altro i governatori delle regioni più colpite, Lombardia e Veneto (appartenenti al partito di opposizione della Lega), dall’altro la presenza pervasiva degli “esperti”, Protezione Civile ed Istituto Superiore di Sanità. Questi ultimi sono quelli che stanno istruendo le decisioni politiche: il governo “politico” viene sostituito da una sorta di governance medica e da un approccio tecnico alla gestione assolutamente emergenziale .

Pertanto, qualsiasi iniziativa intrapresa dal governo o dai decisori politici è difficile da contestare politicamente, poiché è motivata da ipotesi scientifiche e tecniche e dall’ obiettivo di garantire il contenimento della diffusione del virus e, in tal modo, di adempiere all’obbligo di rispettare il diritto costituzionale alla salute. L’emergenza sta in qualche modo “depoliticizzando” il dibattito pubblico. Inoltre, la contesa sul terreno politico tra il governo e quelle regioni guidate da rappresentanti del principale partito di opposizione ha portato all’adozione di una moltitudine di decreti e ordinanze che in qualche modo formano un mosaico di regolamenti e divieti, che rendono più difficile assicurare la proporzionalità ed il controllo democratico, lasciando ampio potere discrezionale ai funzionari pubblici.

L’uso dei militari nell’assicurare il rispetto delle misure di “distanziamento sociale” è un esempio significativo. Va sottolineato che il dispiegamento dell’esercito a fini di pubblica sicurezza non è una novità nel paese. I militari sono stati schierati per garantire la protezione di obiettivi sensibili da ipotetici attacchi terroristici, ma le loro regole di ingaggio non avevano mai incluso la partecipazione ad operazioni dell’ordine pubblico come potrebbe essere il caso attuale. Alcuni “governatori regionali” hanno infatti sollecitato lo spiegamento di militari nelle strade per garantire il rispetto degli ordini di “distanziamento sociale”.

In secondo luogo, la “delegittimazione” del Parlamento e della cosiddetta “casta politica” (già pervasivo prima dell’epidemia di virus e che deve essere letta insieme al fatto prima del COVID-19, si stavano avvicinando due scadenze politiche chiave, le elezioni amministrative e il referendum per la riduzione dei parlamentari) ha riattivato talune speculazioni sulla necessità di un “uomo forte” o della centralizzazione del potere esecutivo. Speculazioni che traggono giustificazione ulteriore  dalla frammentazione nel processo decisionale e nell’attuazione delle misure di emergenza, come accennato in precedenza. Infatti, per la prima volta in assoluto il Presidente del Consiglio dei Ministri, attualmente Giuseppe Conte, ha emesso i cosiddetti Decreti del Presidente (DPCM), una nuova categoria di atti, dal momento che i decreti sono di solito emessi dal governo in quanto tale.

Tali decreti sono stati resi esecutivi senza dibattito parlamentare e senza la loro trasformazione in legge, e quindi senza una sorta di controllo pubblico come previsto dalla Costituzione. In effetti, la Costituzione italiana non contiene alcuna norma relativa allo stato di emergenza, mentre l’attività del Parlamento è stata ridotta al minimo a causa della diffusione del virus tra i membri del Parlamento.  Solo dopo alcune settimane dalla dichiarazione dello stato di emergenza, si è tenuto un dibattito parlamentare sul COVID-19 e sulle relative misure prese dal governo. Fatto ancora più preoccupante, è rappresentato dal fatto che l’Italia non ha un’istituzione indipendente per i diritti umani che controlli la conformità delle attività del governo e le restrizioni dei diritti e delle libertà fondamentali agli standard e agli obblighi internazionali in materia di diritti umani, quali quelli derivanti dal Patto internazionale sui  diritti politici e civili delle Nazioni Unite.

In terzo luogo, oltre a esporre queste lacune e queste linee di faglia, il COVID-19 sta anche mettendo in luce gli squilibri sistemici, le ingiustizie ed i gravi ritardi nel pieno raggiungimento – se non la negazione – di diritti sociali ed economici chiave nel paese. È stato valutato che fino a 2,7 milioni di persone rischiano la fame perché hanno perso qualsiasi fonte di reddito o sostentamento a causa del “lockdown” e che almeno 20 milioni di persone vivranno con sussidi e altre forme di reddito d’emergenza introdotte dal governo. Dietro queste cifre si cela una situazione di alta diffusione dell’economia informale, del lavoro precario o free lance. Inoltre, la drammatica corsa a rafforzare le unità di terapia intensiva, una delle principali e principali urgenze, e ad aumentare il personale sanitario, sottolinea l’impatto dei tagli al bilancio sul sistema sanitario pubblico effettuati in passato, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di accesso equo all’assistenza sanitaria pubblica per tutti. Le attuali condizioni disumane dei detenuti, dovute al sovraffollamento, sono state portate all’attenzione del pubblico anche dopo una serie di rivolte carcerarie scatenate dal timore di infezione, immediatamente successive alla  dichiarazione dello stato di emergenza. 

Infine, altre stime indicano il rischio di una notevole carenza di frutta e prodotti nei mercati, poiché almeno ¼ della produzione annuale è garantita da 260.000 lavoratori migranti stagionali che non possono entrare nel paese ora a causa delle restrizioni. Molti di loro hanno lavorato in passato in condizioni semi-illegali o estreme, o sono finiti nelle mani del crimine organizzato. Da più parti si è espressa preoccupazione sul potenziale della mafia di sfruttare questa situazione offrendo supporto e accesso al credito a coloro che hanno perso il lavoro e quindi non possono garantirsi le fonti minime di sussistenza.

Foto di Riccardo Troisi

Allo stesso tempo, parallelamente alla narrazione ufficiale, che si basava su un mix di patriottismo alla buona, misure restrittive e governance scientifica dei processi sociali, si sono sviluppate ben altre pratiche che rappresentano un importante capitale sociale e politico per il futuro. Assemblee online, un florido dibattito teorico sul COVID-19 e le sue implicazioni a tutti i livelli, un numero crescente di iniziative da parte dei movimenti sociali, una proposta per un Green New Deal  ecofemminista, campagne per migliori condizioni nelle carceri e per l’amnistia, e per un il cosiddetto “reddito minimo di quarantena“, una piattaforma recentemente pubblicata di organizzazioni della società civile e movimenti sociali che si occupano di commercio, giustizia economica e contro l’estrattivismo, e parallelamente un numero crescente di iniziative di solidarietà sono il chiaro segno di un’altra Italia che non accetta la rassegnazione o l’impotenza. E non accetta l’idea che l’unica possibilità per affrontare il virus e le sue implicazioni sia limitata al rispetto degli ordini volti a limitare, reprimere o imporre un comportamento “passivo” ed “omissivo”.

I servizi di supporto per gli anziani, i più vulnerabili, quelli che vivono soli nelle loro case, offerta gratuita di alimentari, supporto e assistenza psicologica, acquisti e consegna a domicilio di medicinali sono tra le iniziative auto-organizzate più ricorrenti, che esprimono un tentativo di trasformare il concetto e la pratica femminista della “cura” in pratica politica. La società civile si trasforma in qualche modo in un’espressione del “comune”, e i suoi membri in “commoners”, che si organizzano collettivamente per favorire il rispetto e il perseguimento di beni e diritti comuni, come il diritto al cibo, alle cure, alla solidarietà.

La sfida sarà quella di coltivare questo mix di analisi teorica, mobilitazione, mutuo soccorso e sostegno dal basso quando la più immediata emergenza “medica” lascerà lentamente lo spazio a quella economica e sociale. Un’ulteriore sfida sarà quella di collegare quei processi a livello globale, con processi simili e paralleli altrove, adottando un approccio “decolonizzato” che prenda sempre in considerazione gli squilibri di potere a livello locale e globale. COVID-19 non porterà con sé la trasformazione automatica delle nostre società o il collasso del capitalismo o una rivoluzione per procura. Piuttosto, le modalità e l’intensità di attivazione delle risposte dei movimenti sociali “ora” saranno anche fondamentali per determinare come queste e nuove e innovative modalità di conflitto, proposta e auto-organizzazione possano forgiare il nostro futuro.

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