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Polvere di missili, Cina e Usa in gara per il primato

Mag 15 2020

di Gianfranco Maselli – OTHERNEWS

La spazzatura spaziale cinese precipita sul nostro pianeta e ci ricorda quanto Cina e Stati uniti continuino ad affrontarsi senza esclusione di colpi nella corsa armamenti e nei piani missilistici.

Nel 1991 la stazione spaziale sovietica Salyut 7 si sciolse in volo sull’Argentina, deflagrandosi in migliaia di pezzi pesanti circa un ottantina di chili l’uno.

Il risultato, o meglio, quanto rimase della settima ed ultima stazione spaziale del programma sovietico, fu una pioggia esplosiva di acciaio, grafite e alluminio che, grossomodo, cadde in porzioni disabitate dell’Oceano Pacifico e portò con sé due considerazioni, una corretta ed una errata.

La deflagrazione dell’Urss era dietro l’angolo, questione di mesi e quello che restava della carcassa sovietica si sarebbe sciolto, facendo riaffiorare un mosaico variopinto di popoli.

Questa prima considerazione era un dato di fatto e, quanto alla seconda, sarebbe stato folle non sperare, che quel ritorno incontrollato di un oggetto così grande, dallo spazio sulla Terra, non si verificasse ancora.

Dopo 30 anni non è poi così difficile capire quale fosse la considerazione corretta e quale quella errata, considerando che resti di missili ed esperimenti militari continuano a cadere dal cielo.

Gli ultimi una settimana fa, quando la Cina ha lanciato la versione più recente del suo più grande razzo, il Long March 5B, dal suo porto spaziale più meridionale. Il lancio è proseguito normalmente, determinando un altro successo per un paese come la Cina che cerca di costruire un robusto programma di voli spaziali umani per non essere da meno della concorrenza a stelle e strisce, ma non sono mancati effetti collaterali.

Il razzo Long March 5B infatti non ha una seconda fase. Per il lancio i quattro booster strap-on alimentati a liquido hanno generato la maggior parte della spinta dalla piattaforma di lancio. Successivamente lo stadio principale con due motori principali YF-77 ha spinto in orbita un veicolo spaziale sperimentale prima che il carico utile si separasse.

Nel corso dei prossimi anni, con lo stesso procedimento, il razzo lancerà nello spazio più veicoli destinati a diventare componenti di una stazione spaziale modulare ma, attualmente, ciò che ci preoccupa è ciò che rimane.

Il prodotto di scarto del lancio, il grande palcoscenico centrale con una massa leggermente superiore alle 20 tonnellate, è rimasto in orbita con un’altitudine media di circa 260 km sopra la Terra, fino ad essere lentamente indotto verso il pianeta mentre interagiva con l’atmosfera superiore di quest’ultimo.

Il risultato è stato un ritorno incontrollato sul Pianeta di un oggetto piuttosto grande che, rientrando verso la superficie terrestre, si è disintegrato in pezzi non poco pesanti, parliamo dai 100 ai 300kg per ognuno.

Nonostante il 18° squadrone di controllo dello spazio della US Space Force abbia confermato come il palcoscenico principale sia rientrato nell’atmosfera terrestre alle 11:33 di Lunedì scorso, colpendo una safe zone nell’Oceano Atlantico, forse vale la pena specificare come lo schianto abbia mancato, per 15 minuti, la città di New York.

Se il rientro fosse stato solo pochi minuti prima, i detriti avrebbero potuto inondare la Grande Mela anche se nulla di questa storia sembra avere carattere inedito.

Non è la prima volta la Cina lascia che la sua spazzatura spaziale cada a casaccio sulla Terra e il continuo disattendere, da parte del paese, delle pratiche di sicurezza dei lanci spaziali si è dimostrato così preoccupante da indurre per Greg Autry, ex membro del Landing Team della NASA dell’amministrazione Trump, a scrivere un articolo sulla rivista Space News sollecitando il presidente e il Congresso ad affrontare il problema.

Certo, si può accusare la Cina della mancata osservanza dei regolamenti di sicurezza in materia di lanci spaziali e, soprattutto di “silenziose minacce missilistiche”, considerando l’esistenza di due missili balistici aviolanciati sviluppati dalla Cina e confermati dal Pentagono mesi fa e una quantità impressionante di sperimentazioni militari poco chiare, testate su lunghe distanze e capaci di incutere paura da un estremo all’altro del pianeta.

Capite bene che, tuttavia, è impossibile fare un discorso a senso unico. Rimanere ad ascoltare gli Stati Uniti che, nei mesi scorsi, si preoccupavano di ammonire la Cina e lanciare appelli di disarmo e trasparenza nelle attività belliche forse è un po’come rimanere a guardare un toro che dà del cornuto ad un altro toro.

Se fossimo costretti ad armarci di esempi per comprendere grossomodo quanto sono grandi queste corna forse il più efficace potrebbe essere il sistema missilistico Usa in dotazione al cacciatorpediniere della Marina statunitense USS Zumwalt, un gigante del mare invisibile ai radar, un ordigno costato 4,4 miliardi di dollari che può attaccare da qualsiasi posto in meno di un’ora.

L’ordigno sarà in grado di volare cinque volte la velocità del suono, avvalendosi sì di testate convenzionali ma con la stessa velocità e autonomia di un ICBM nucleare. Il cacciatorpediniere, sarà in grado di utilizzare un razzo ausiliario per raggiungere la velocità ipersonica, supporto che poi sgancerà una volta entrato nell’atmosfera superiore.

Attraversando quest’ultima, rimane sospeso nello spazio di qualche minuto rendendo ogni rilevamento da parte del nemico impossibile e, parallelamente, concedendosi il tempo di mirare al bersaglio con più calma e diabolica accuratezza.

Tutto questo consentirà attacchi rapidissimi senza dover attendere lo schieramento di soldati e altri beni. Sebbene l’arma non sia al momento pronta all’uso a causa di innumerevoli stop ai lavori durante il suo lungo processo di sviluppo, lo USS Zumwalt dovrebbe entrare in uso entro la fine del 2021 confermando, ancora una volta, come gli Stati Uniti si arroghino la libertà di giudicare non senza portandosi dietro una coda di ipocrisia sempre più difficile da nascondere.

Arduo pensare che la Cina non voglia rispondere con adeguate contromisure. Pechino non solo ha minacciato più volte il governo statunitense negli ultimi tempi, ma ha anche promesso eventuali ripercussioni negative contro gli eventuali partner asiatici degli Usa menzionando Giappone, Corea del Sud e Australia, intenzionati ad aiutare gli americani nel loro tentativo di attuare un’escalation nella regione, forti dell’uscita dal trattato sul disarmo nucleare stipulato nel 1987 con la Russia.

Dopo l’uscita, gli Stati Uniti di Donald Trump liberano l’esercito americano da pesanti limitazioni, Il patto, infatti, vietava l’utilizzo di missili balistici a medio raggio, nucleari e convenzionali, in grado di percorrere distanze comprese tra i 500 e i 5.000 chilometri.

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo consente al Pentagono di sviluppare nuove armi per contrastare l’ascesa della Cina, e lo USS Zumwalt ne è l’esempio perfetto.

Washington si difende etichettando il proprio comportamento come una legittima difesa contro la minaccia cinese, ma la fuoriuscita dal Trattato sul disarmo nucleare è davvero spiegabile con l’incapacità di restare immobile di fronte all’avanzare del pericolo orientale o è il risultato di una corsa agli armamenti globale per ottenere gratuita supremazia?

Nella folla ci si sbraccia copiosamente. Ognuno cerca di farsi strada come meglio può senza guardare in faccia l’altro. Non ci sono più colori politici, l’unico imperativo sembra essere diventato vincere e controllare.

I muri sono crollati. A inizio anni ’90 a festeggiare sulle macerie e sui cadaveri di ideologie desuete che per decenni avevano polarizzato il mondo non c’era più il caro e vecchio schema manicheo che perimetrava la guerra fredda ma quello che sarebbe dovuto essere un imperioso mondo libero, unito, aperto al dialogo e radicato su nuovi valori.

Dopo 30 anni dal Salyut 7 gli estremi del mondo continuano tuttavia ad intimidirsi vicendevolmente e a condure una guerra silenziosa. I muri sono crollati per lasciare il posto ad altre barricate più possenti che si ergono sul denaro, sulla paura e su un desiderio di spadroneggiare che non conosce colori politici e guida ogni missile, lungo la volta celeste.

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