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Cosa succede sulla rotta balcanica durante la pandemia?

Giu 13 2020

di Marlene SimoniniOTHERNEWS

 Centinaia di migranti si dirigono a Rigonce, in Slovenia, passando per i campi (AP Photo/Darko Bandic)

Si chiama Rotta Balcanica ed è una vera e propria rotta dimenticata: chi riesce ad eludere i respingimenti entra in Slovenia passando dalla Croazia e prima ancora dalla Bosnia. Si attraversano i boschi e si procede in ordine sparso cercando di sfuggire ai controlli della polizia di Lubiana. Si chiama Rotta Balcanica, ripetiamolo, ed è composta da migranti che somigliano più a fantasmi, senza nomi e identità, e non soggetti a controlli e monitoraggio, il cui miraggio di una meta sicura si accartoccia e si sgretola nelle due parole alla fine del viaggio: riammissione illegale, quella che tocca alla maggior parte di loro.  È inconcepibile come non ci sia la minima traccia di un atto amministrativo per delle persone, degli esseri umani, che attraversano più di un Paese, in condizioni, neanche a dirlo, precarie. Tanto più che la riammissione va motivata in fatto e in diritto e notificata all’interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile di fronte all’autorità giudiziaria. A questi migranti invece non si rilascia alcuni tipo di documentazione che motivi il loro respingimento.

Nell’era Covid19, i viaggi sono continuati ed i trattamenti inumani e degradanti lungo la rotta balcanica non hanno avuto stop, tanto che lo scorso 5 giugno 2020 l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) si è rivolta al ministro dell’interno, alla questura, alla prefettura di Trieste e alla sede italiana dell’UNHCR, denunciando la miseria, non solo fisica, della tratta. Nella lettera aperta dell’Asgi si legge come, tra gennaio ed ottobre 2019 (i dati più recenti in nostro possesso) il Border Monitoring Violence Network ha raccolto 770 testimonianze di persone respinte da ufficiali della polizia croata, munita di cani ed armi a scopo intimidatorio e offensivo.

La stessa lettera continua nel tratteggiare il viaggio dei migranti: rintracciati nell’aerea di confine passano diverse ore in Italia in stazioni di polizia o in tendoni dove le organizzazioni umanitarie non riescono ad accedere. I migranti che si decide di riammettere, dopo essere stati identificati con rilascio delle impronte digitali (in un procedimento che vuole essere il più rapido possibile), vengono consegnati alla polizia slovena, caricati su altri mezzi e trasportati al confine con la Croazia. In una catena di montaggio surreale, i migranti vengono lasciati al confine con la Bosnia-Erzegovina, fulcro dell’illegalità del procedimento: non si applicano le norme previste dal Codice di frontiere Schengen in quanto svelerebbe la catena di consegne a cui i migranti sono stati soggetti. Di qui, le persone vengono scaricate in mezzo ai boschi, spesso denudate, picchiate e private dei loro beni.

La Bosnia è costretta a riprendere i rifugiati per molte ragioni, quali pressioni internazionali e meccanismi economici (legati alla gestione dei campi profughi, principalmente), ma soprattutto perché si tratta di migranti che continueranno ad aderire al significato della loro definizione: migreranno di nuovo, si rimetteranno in viaggio, tenteranno senza sosta e non rimarranno in Bosnia, rischiando ogni volta la vita che hanno: tra le migliaia di notizie di cronaca nera, la più recente, della settimana la scorsa è quella rilasciata dall’Ansa secondo cui sono stati ritrovati i corpi annegati di due migranti, nel fiume Mreznica nella Croazia centrale, non lontano dal confine sloveno.

Questo accade ai nostri vicini. La novità del 2020 è che, per un labile periodo di tempo, il respingimento ha cambiato rotta, si è rivolto verso gli italiani, quelli che a quanto pare non sono più il vicino dall’erba più verde. L’Italia è stata tra le prime ad accusare il duro colpo dell’epidemia da Corona Virus, la prima ad essere considerata interamente “zona rossa” e pian piano l’occhio comune ha intercettato nella figura dell’italiano medio un untore pericoloso. Ad essere respinti per la prima volta sono stati i turisti e gli escursionisti italiani che, avvezzi ad inoltrarsi nelle foreste e nei boschi friulani, si trovano alle volte a sconfinare dal loro paese. La situazione è però diventata più grave quando dei seri dietrofront sono stati posti al commercio e al trasporto di merci italiane.

Nel pieno della fase 1 il governo sloveno, si legge nelle parole dell’Onorevole Roberto Novelli, aveva chiuso anche con barriere murarie e fisiche una parte dei valichi. L’onorevole, a tal proposito, aveva inviato una lettera aperta al ministro degli Esteri Luigi di Maio, rendendogli presente “l’intollerabile situazione”. A onor del vero, lo stesso ministro degli Esteri di Lubiana aveva pubblicamente confermato quanto l’Italia non fosse un paese sicuro e come la Slovenia avrebbe rafforzato il servizio di pattugliamento del confine con l’Italia sul Carso, proprio per evitare sconfinamenti da parte di cittadini italiani. In Slovenia, si può aggiungere, il numero dei contagi è sempre stato particolarmente basso e l’irrigidimento delle frontiere è stata la sua naturale reazione all’emergenza pandemica.

Ora siamo nel mese di giugno e questo significa solo una cosa: gli spostamenti e gli sconfinamenti, in una direzione e nell’altra, non solo continueranno, ma si intensificheranno. Abbiamo respinto e siamo stati respinti, ma almeno nel nostro caso i cittadini italiani sono stati trattati secondo una procedura legale.

Questo è ciò che è accaduto e questo è ciò che continuerà ad accadere, a meno che non si ponga finalmente l’accento anche su questi eventi migratori. Solo così “ne usciremo migliori”, come ci piaceva dire qualche mese fa.

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