Guerre e Armamenti, Politica Internazionale

Punto di svolta in Libia

Lug 23 2020

di Guglielmo RezzaOTHERNEWS

Mentre Turchia e Russia discutono la spartizione della Libia, il parlamento egiziano autorizza il dispiegamento delle truppe sul territorio libico.

Situazione del fronte a Giugno, che non presenta sostanziali differenze rispetto a quella attuale: in evidenza la città di Sirte.
(Fonte: aljazeera.com)

In Libia sembra avvicinarsi una svolta, anche se non è chiarissimo quale sarà la sua natura. Nell’ultima settimana tutti gli attori coinvolti nello scacchiere libico si sono mossi, ma al momento è difficile indovinare se l’esito di queste manovre sarà un’ulteriore escalation militare o, al contrario, l’inizio di una fase di serie trattative.

Occorre, prima di tutto, comprendere la situazione militare sul campo: a inizio 2020 le truppe dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Khalifa Haftar stavano ancora assediando Tripoli e il Generale sembrava potenzialmente sul punto di prendere la città e concludere la guerra. L’intervento della Turchia a favore del Governo di Unità Nazionale (GNA) di Al-Sarraj ha però ribaltato la situazione, rompendo l’assedio alla capitale e permettendo alle truppe di Tripoli di riconquistare alcuni centri chiave nell’area.

L’entroterra libico è completamente desertico, tanto che Gaetano Salvemini lo definì a suo tempo uno “scatolone di sabbia”, ragion per cui la maggior parte degli scontri si svolgono essenzialmente lungo l’asse monodimensionale della linea di costa, dove sorgono i principali centri urbani. Se una fazione ha prima spinto da Est verso Ovest, il contrattacco andrà necessariamente in direzione opposta: così, rotto l’assedio a Tripoli ed essendo Misurata in mano a milizie alleate, l’esercito del GNA si appresta a spingersi ad Est e ad assediare Sirte, attualmente sotto il controllo delle truppe di Haftar.

Ma ecco che, mentre vengono ammassati mezzi e truppe per l’offensiva, si comincia a intravedere il primo colpo di scena: la Turchia, impegnata sul campo a sostegno di Al-Serraj e la Russia, che sponsorizza Haftar tramite mezzi e contractors, -“mercenari”, si può tranquillamente dire “mercenari”- potrebbero intavolare delle trattative. Così, Russi e Turchi si sono effettivamente incontrati per un round di negoziazioni a Istanbul e nella giornata di mercoledì 22 luglio hanno annunciato la loro intenzione di raggiungere un accordo per una tregua.

Tuttavia, questa notizia potrebbe non essere sufficiente a risparmiare la città di Sirte da un’assedio. Sebbene le due potenze siano d’accordo sulla necessità di raggiungere un cessate il fuoco, non vi è intesa su dove dovrebbe trovarsi la linea del fronte nel momento in cui le armi cesseranno di sparare: la Turchia richiede, infatti, il ritiro del LNA da Sirte e dalla base aerea di al-Jufra come condizione fondamentale per accettare la tregua. L’abbandono della città di Sirte e di una base aerea nel mezzo del Paese potrebbe essere più di quanto Haftar non sia disposto ad accettare, poiché così facendo aprirebbe la strada ai pozzi petroliferi nell’est del Paese in caso di ripresa delle ostilità.

Apparentemente ci si trova di fronte a una situazione analoga alla Siria, in cui Russia e Turchia cercano di mettersi d’accordo per spartirsi il Paese, facendo affidamento su alleati locali sotto il loro controllo. Tuttavia, nel conflitto libico è presente anche un altro attore che potrebbe riservare interessanti sorprese: l’Egitto. Il Parlamento del Cairo, nella giornata di lunedì, ha infatti approvato il dispiegamento delle forze armate al di fuori dei confini egiziani per contrastare “milizie criminali” e “gruppi terroristici stranieri” su un cosiddetto “fronte occidentale” che altro non è che un chiaro riferimento alla Libia.

Dunque, partita aperta: se l’Egitto dovesse decidere di intervenire attivamente in Libia potrebbe ribaltare nuovamente le sorti del conflitto. Le forze armate egiziane non vanno affatto sottovalutate: basti pensare che nel Global Firepower Index, che misura la potenza militare di ciascuno Stato, la Turchia occupa un dignitosissimo 11° posto, ma l’Egitto si trova addirittura al 9°, anche grazie alla sua flotta dotata di due portaerei. Inoltre il conflitto si svolge appena al di fuori dei confini dell’Egitto, mentre la Turchia deve far giungere i suoi confini attraverso il Mediterraneo. A tal riguardo, è il caso di ricordare che nel 1911, durante la guerra Italo-Turca, l’Impero Ottomano perse la guerra con il Regno d’Italia proprio perché le truppe ottomane vennero sconfitte perché tagliate fuori dalla regia marina, che deteneva il controllo dei mari e private dei rifornimenti dalla madrepatria.

Turchia, Russia ed Egitto hanno davanti a sé due scelte. La prima è quella di sedersi al tavolo delle trattative e cercare una risoluzione diplomatica: è una scelta con meno rischi e che potrebbe accontentare tutti. La seconda è quella dell’escalation, che vede un maggiore coinvolgimento degli attori stranieri e che si risolve con la sconfitta di una delle fazioni in conflitto. La prima scelta potrebbe accontentare tutti, mentre la seconda comporta notevoli rischi per chiunque decida di intraprenderla: una escalation fra Turchia ed Egitto non comporterebbe certezze di vittorie per nessuno e pericoli per entrambi.

Staremo a vedere.

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