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Ver­so una ri­vi­ta­liz­za­zio­ne del Fo­ro So­cia­le Mon­dia­le.

Set 3 2020

di ARAM AHA­RO­NIAN

Co­strui­re uno spa­zio es­sen­zia­le per il pen­sie­ro cri­ti­co e l’a­zio­ne

Il mon­do non è più lo stes­so e tantomeno lo sarà dopo gli ul­ti­mi quat­tro mesi.

È lodevole il ten­ta­ti­vo da par­te di un grup­po di so­ste­ni­to­ri, che com­pren­de mol­ti dei suoi fon­da­to­ri, di te­ne­re un nuo­vo Fo­rum So­cia­le Mon­dia­le, for­se in Mes­si­co, mal­gra­do la pan­de­mia, come uno spa­zio aper­to per il coor­di­na­men­to del­le azio­ni nel­la lot­ta co­mu­ne per un al­tro mon­do, a qua­si ven­t’an­ni dal­la ce­le­bra­zio­ne del pri­mo FSM, nel 2001, a Por­to Ale­gre.

In­dub­bia­men­te il mon­do non è più lo stes­so e tantomeno lo sarà dopo gli ul­ti­mi quat­tro mesi. Due de­cen­ni fa una Car­ta dei Prin­ci­pi det­tò le re­go­le del gio­co, cer­can­do che l’in­con­tro fos­se uno spa­zio di con­vi­ven­za, di­bat­ti­to e scam­bio di idee; e non di con­fron­to dog­ma­ti­co o fra­tri­ci­da.

Gli or­ga­niz­za­to­ri di que­sto nuo­vo FSM sono con­sa­pe­vo­li che le re­go­le del­lo spa­zio aper­to han­no dato adi­to a va­rie in­ter­pre­ta­zio­ni – mol­te del­le qua­li dog­ma­ti­che, al­tre an­co­ra­te a un pas­sa­to che non esi­ste più -, im­pe­den­do che il FSM di­ven­tas­se un sog­get­to po­li­ti­co glo­ba­le, con la ca­pa­ci­tà di in­te­ra­gi­re con il mon­do.

Il re­cen­te ap­pel­lo era quel­lo di crea­re uno “spa­zio di azio­ne” per un grup­po ete­ro­ge­neo e di­ver­si­fi­ca­to, non di pro­por­re pro­gram­mi di por­ta­ta glo­ba­le o di im­por­re po­si­zio­ni po­li­ti­che. Pur­trop­po, al­cu­ne ri­spo­ste al­l’ap­pel­lo han­no im­mo­bi­liz­za­to l’au­to-ri­fles­sio­ne.

Nuo­ve real­tà, nuo­va agen­da

A qua­si vent’anni dal pri­mo fo­rum, la lot­ta per un al­tro mon­do pos­si­bi­le deve ave­re una nuo­va agen­da. Que­sto mon­do è nel mez­zo di una cri­si do­vu­ta al fa­sci­smo emer­gen­te, un ca­pi­ta­li­smo fi­nan­zia­rio e fi­nan­zia­to, il cui obiet­ti­vo con­ti­nua ad es­se­re l’ap­pro­pria­zio­ne di ri­sor­se na­tu­ra­li e fi­nan­zia­rie del­le na­zio­ni e dei po­po­li emer­gen­ti, in ge­ne­ra­le, at­tra­ver­so bloc­chi, guer­re, in­va­sio­ni e ge­no­ci­di.

La si­cu­rez­za del ca­pi­ta­le sul­la pro­prie­tà, che ga­ran­ti­sce le con­di­zio­ni per la sua ri­pro­du­zio­ne, è uno de­gli assi del­la stra­te­gia ca­pi­ta­li­sta, in­sie­me alla si­cu­rez­za con­tro l’ir­ri­me­dia­bi­le per­di­ta di coe­sio­ne so­cia­le, che im­pli­ca l’ad­do­me­sti­ca­men­to de­gli op­pres­si in­cli­ni alla cor­ru­zio­ne. Pro­te­sta, ri­bel­lio­ne, re­si­sten­za. Sia­mo di fron­te a un mon­do sul­l’or­lo del col­las­so am­bien­ta­le, dove sono cre­sciu­ti il ​​raz­zi­smo, il pa­triar­ca­to e, so­prat­tut­to, la di­su­gua­glian­za, cau­sa di gran­di mo­vi­men­ti mi­gra­to­ri.

Per ri­mo­del­la­re lo stru­men­to, lo stru­men­to po­li­ti­co, dob­bia­mo pri­ma cam­bia­re la cul­tu­ra po­li­ti­ca di si­ni­stra o del pro­gres­si­smo e la sua vi­sio­ne del­la po­li­ti­ca, che non può es­se­re ri­dot­ta a di­scor­si, slo­gan, tweet, con­tro­ver­sie per il con­trol­lo di un par­la­men­to, per vin­ce­re un di­se­gno di leg­ge o un’e­le­zio­ne.

La po­li­ti­ca non può li­mi­tar­si al­l’ar­te del pos­si­bi­le, ma deve fare l’im­pos­si­bi­le, fat­ti­bi­le ed es­sen­zia­le; cioè co­strui­re una for­za so­cia­le e po­li­ti­ca ca­pa­ce di cam­bia­re la cor­re­la­zio­ne di for­ze a fa­vo­re del mo­vi­men­to po­po­la­re.

Le or­ga­niz­za­zio­ni po­li­ti­che de­vo­no ri­spet­ta­re lo svi­lup­po au­to­no­mo del­la for­za po­po­la­re, ab­di­can­do a ogni pre­te­sa di ma­ni­po­la­zio­ne o im­po­si­zio­ne, com­por­ta­men­ti ege­mo­ni­ci che ge­ne­ral­men­te cer­ca­no di im­por­re ac­ca­de­mi­ci e in­tel­let­tua­li ar­ro­gan­ti, cia­scu­no a di­fe­sa dei pro­pri in­te­res­si. Oggi le istan­ze del cam­po po­po­la­re non si espri­mo­no in un fo­rum (che pe­ral­tro non esi­ste). Ope­rai, di­soc­cu­pa­ti, con­ta­di­ni, gio­va­ni, don­ne scen­do­no in piaz­za chie­den­do qual­co­sa di più che pane, pace e la­vo­ro: giu­sti­zia e fu­tu­ro.

De­mo­cra­tiz­za­zio­ne

Se l’o­biet­ti­vo è quel­lo di ri­lan­cia­re il Fo­rum, sen­za dub­bio è ne­ces­sa­rio de­mo­cra­tiz­za­re le sue strut­tu­re e go­ver­nan­ce, at­tra­ver­so un con­fron­to aper­to e par­te­ci­pa­ti­vo, con una nuo­va road­map (o Car­ta dei Prin­ci­pi) e che sia con­di­vi­sa da co­lo­ro che pro­muo­vo­no il nuo­vo ap­pel­lo.

In­ve­ce di “un” fo­rum, “di­ver­si” fo­rum re­gio­na­li te­ma­ti­ci, con una nuo­va go­ver­nan­ce che ten­ga con­to dei nuo­vi at­to­ri. Do­vreb­be an­che es­se­re un’op­por­tu­ni­tà per le nuo­ve ge­ne­ra­zio­ni di dire la loro sul­la road­map, col­let­ti­viz­za­re, so­cia­liz­za­re la loro di­scus­sio­ne e non la­sciar­la solo nel­le mani di un co­mi­ta­to di no­ta­bi­li.

Stia­mo vi­ven­do la pan­de­mia. Quan­do sarà fi­ni­ta, il mon­do sarà di­ver­so. È tem­po per nuo­vi ap­proc­ci, nuo­ve idee, nuo­ve so­lu­zio­ni, ma, so­prat­tut­to, per un nuo­vo pen­sie­ro cri­ti­co sen­za le­ga­mi con i vec­chi dog­ma­ti­smi. Chi sono i veri at­to­ri so­cia­li? Qua­le sarà il sog­get­to so­cia­le del­la post-pan­de­mia? Può l’a­gen­da, spes­so an­co­ra­ta a una vi­sio­ne eu­ro­peiz­za­ta od oscu­ra­ta, es­se­re de­co­lo­niz­za­ta?

La chia­ma­ta dei fa­ci­li­ta­to­ri e dei fon­da­to­ri non do­vreb­be es­se­re la­scia­ta sola nel­l’or­ga­niz­za­zio­ne di un al­tro Fo­rum. Una ri­na­sci­ta per i no­stal­gi­ci o uno stru­men­to di di­bat­ti­to e coor­di­na­men­to per l’a­zio­ne (o le azio­ni)?

È tem­po di ce­de­re il pas­so alle nuo­ve ge­ne­ra­zio­ni, a un nuo­vo pen­sie­ro cri­ti­co. Il Fo­rum – vir­tua­le o di per­so­na – do­vreb­be es­se­re la casa dei no­stri mo­vi­men­ti, dei no­stri gio­va­ni, del­le no­stre don­ne, di co­lo­ro che an­co­ra si gio­ca­no quo­ti­dia­na­men­te la loro vita per un mon­do mi­glio­re per tut­ti.

La pri­ma cosa che dob­bia­mo de­mo­cra­tiz­za­re e ci­vi­liz­za­re è la no­stra te­sta, ri­for­mat­tan­do il no­stro hard-disk. Il pri­mo ter­ri­to­rio da li­be­ra­re sono i 1.400 cen­ti­me­tri cubi del no­stro cer­vel­lo. For­se im­pa­ra­re a di­sim­pa­ra­re per ini­zia­re a ri­co­strui­re. Si­món Ro­drí­guez, l’in­se­gnan­te di Bo­lí­var, ha det­to: “O in­ven­tia­mo o sba­glia­mo”.

(*) Aram Aha­ro­nian, è un gior­na­li­sta, esper­to in co­mu­ni­ca­zio­ne, nato in Uru­guay, con va­sta espe­rien­za in Ame­ri­ca La­ti­na. Ma­ster in in­te­gra­zio­ne. Idea­to­re e fon­da­to­re di TE­LE­SUR, pre­sie­de la Foun­da­tion for La­tin Ame­ri­can In­te­gra­tion (FILA) e di­ri­ge l’Os­ser­va­to­rio sul­la Co­mu­ni­ca­zio­ne e la De­mo­cra­zia e il Cen­tro La­ti­noa­me­ri­ca­no per l’A­na­li­si Stra­te­gi­ca (CLAE)0 sh

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