Diritti Umani, diritti civili, giustizia sociale, Politica Internazionale, Società Civile

Buco Nero Di Colombia

Set 19 2020

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

Un conflitto mai cessato, un passato che non passa

Proteste in Colombia (Foto di Al Jazeera)

Javier Ordóñez muore a soli 46 anni: viene picchiato, colpito più volte con uno storditore elettrico per mano della polizia. “Sto soffocando” e poi ancora “per favore basta!” si sente in un video girato da un amico dell’uomo, un video che farà poi il giro del mondo. Sui social viene lanciato l’hashtag #ColombiaLivesMatter paragonando il caso a quello di George Floyd, il cittadino afroamericano morto soffocato da un agente della polizia mentre diceva “non respiro!”.

Dopo l’uccisione di Ordóñez, sono subito scoppiate diverse proteste, ad iniziare dal quartiere dell’arresto poi diffusesi in tutta Bogotà. Diciassette stazioni sono state incendiate, più di quaranta attaccate e diversi scontri si sono verificati con gli stessi agenti di polizia; le proteste sono proseguite anche a sud di Bogotà, a Soacha, Medellin e Pereira. In tutti questi scontri sono decedute altre sette persone a causa di colpi da arma da fuoco, conferma il Ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo che poi su Twitter aggiunge: “Porgiamo le nostre scuse per ogni violazione della legge o mancanza di conoscenza delle norme da parte di rappresentanti delle istituzioni”. Il governo ha dichiarato inoltre che circa novata veicoli sono stati danneggiati nonché edifici commerciali e banche, il totale dei feriti sale a 248.

Secondo Oscar Ramirez, portavoce di “Defender la Libertad es un asunto de todos”, campagna contro l’uso illegale della forza da parte della polizia, la morte di Ordóñez ha fatto esplodere tensioni non nuove in Colombia. Le proteste, infatti, avrebbero preso il via già lo scorso Novembre, nate contro riforme economiche e tagli al settore sociale voluti dal Presidente Duque. “Il governo colombiano in questi mesi si è dedicato a un sistematico smantellamento dei principi degli accordi di pace”, associando spesso contestatori e “terroristi”, impostando il confronto con i dimostranti come se fosse uno scontro militare e “legittimando l’uso della forza letale”, sottolinea il portavoce di Defender Libertad.

Ma andiamo per gradi. Da dove nascono queste proteste?

Cinquantadue anni di conflitti

Il caso di Ordóñez è solo una piccola goccia, così decisiva però, da far traboccare un intero vaso pieno di cose di cui nessuno parla (o non può parlare?).

Nel 2016 il governo di Juan Manuel Santos e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), firmarono l’accordo che segnava la fine del conflitto civile tra Stato e guerriglia del Paese, un conflitto nato negli anni Sessanta con la fondazione delle FARC, che richiamavano il mito guevarista della Rivoluzione socialista, ed altri gruppi armati ispirati sempre alla Rivoluzione cubana. Le FARC riuscivano sicuramente ad imporsi come unica autorità di fatto in tutte quelle regioni in cui lo Stato era praticamente assente così come in tante ampie aree della Colombia; ma il conflitto allo stesso tempo sviluppò comunque nel corso degli anni diverse logiche producendo anche interazioni con il narcotraffico, soprattutto negli anni Ottanta, sia con il contesto geopolitico-economico locale. Il raggiungimento della pace nel 2016 rappresentava quindi una svolta, ma nascondeva allo stesso tempo una profonda spaccatura all’interno della popolazione, resa poi nota attraverso il referendum di inizio Ottobre che avrebbe dovuto sancire l’appoggio dei cittadini sul patto dando il via libera alla pacificazione di un conflitto durato ormai cinquantadue anni. Un appoggio che però arrivò, vinse il no con il 50,2% dei voti. Sono anni di conflitti interni e criminalità, di instabilità e violenza, ma soprattutto di denuncia da parte delle organizzazioni che difendono i diritti umani, molto spesso perseguitati e messi a tacere. La bocciatura degli accordi hanno sicuramente accresciuto problematiche ormai nel DNA del Paese, si pensi al narcotraffico, ma la speranza era di tutt’altra natura.

A Santos, nell’agosto del 2018, succedette Iván Duque, rappresentante di una riforma degli accordi di pace. Duque fu uno dei portavoce del “no” ritenendo che fosse inaccettabile per la Colombia dar la possibilità ai membri delle FARC di assumere incarichi politici; altri punti del dibattito pre-elettorale da lui toccati erano la necessità di riforme per la riduzione della spesa pubblica e i migranti provenienti dal Venezuela ove la crisi si faceva sempre più forte. Dopo solo il primo anno di mandato del presidente Duque, oltre cinquecento organizzazioni sociali e Ong hanno presentato un rapporto in cui affermavano che lo Stato stava imponendo un programma di lavoro sulla riforma rurale, la sostituzione delle colture e l’assistenza alle vittime diverso rispetto a quello previsto nell’accordo di pace, decurtando inoltre il finanziamento destinato all’accordo stesso. L’assenza di autorità statali e il loro abbandono dei territori controllati dalle Forze armate rivoluzionarie dell’Esercito popolare colombiano (FARC-EP) ha lasciato un vuoto di potere in aree storicamente contese da vari gruppi armati per le loro risorse naturali o posizioni strategiche. Ciò ha fatto venire a galla problemi strutturali di disuguaglianza, esclusione e povertà, problemi che colpiscono sicuramente la maggioranza della popolazione ma che gravano fortemente anche sullo sviluppo della società e sull’uguaglianza dei diritti: una guerra civile non dichiarata con violenze all’ordine del giorno. Gli scontri tra i diversi gruppi armati sono stati la principale causa di sfollamento e reclusione; Amnesty dichiara che tra Gennaio e Luglio 2019 32.000 persone sono state sfollate con la forza e più di 350.000 sono state colpite da gravi restrizioni alla circolazione.

Così già nel 2019 centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per manifestare il malcontento generale e le violenze derivate da un conflitto armato interno che non è mai cessato realmente, controversie nate proprio a causa del controllo territoriale ma che ha visto come principali vittime i membri più deboli della comunità. Solo quest’anno ci sarebbero state almeno 137 denunce per violenza della polizia a Bogotà, la sindaca Claudia Lopez ha chiesto di avviare indagini su ognuna di esse. C’è inoltre da sottolineare che già dallo scorso Novembre le persone erano scese in piazza in memoria di Dilan Cruz, studentessa uccisa da un colpo di pistola proveniente dalla polizia antisommossa durante una protesta governativa proprio a Bogotà. Secondo Amnesty, tra le vittime principali abbiamo le comunità di popolazioni indigene, afro-discendenti, contadini e difensori dei diritti umani. La violenza contro le donne ed in particolare la violenza sessuale non ha mai avuto una battuta d’arresto. Le cose potrebbero cambiare?

Questione di diritti

Alle elezioni di Ottobre, Claudia Lopez è la prima donna e persona appartenente alla comunità gay ad essere eletta Sindaco di Bogotà. Sicuramente una svolta in tutto il Paese se si pensa che almeno 63 membri della comunità lesbica, gay, bisessuale, transgender e intersessuale Colombiana sono stati uccisi nei primi otto mesi di quest’anno, a confermarlo è proprio il difensore civico per i diritti umani del Paese. Tra le vittime c’erano 17 donne transgender, 12 uomini gay, sei donne lesbiche e un uomo transgender, così come altri il cui orientamento sessuale e identità di genere non potevano essere specificati, sebbene appartenessero alla comunità LGBT e intersessuale, ha detto l’organizzazione. In questo 2020, fino ad Agosto, sono stati segnalati circa 388 casi di violenza contro persone LGBT e intersessuali, per lo più sotto forma di aggressioni fisiche e psicologiche, rispetto ai 309 dell’intero anno.

Questo buco nero di Colombia sarà eterno?

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