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La notte di terrore a Vienna prima del lockdown

Nov 7 2020

di Rosarianna Romano – OTHERNEWS

Il mese di novembre si è aperto con un nuovo attentato: lunedì sera, Vienna è stata il teatro di una tragedia marcata dal sangue di un nuovo colpo terroristico, davanti ad una platea europea attonita e serrata dal lockdown e dalla paura.

Un nuovo attentato, un vecchio pericolo: il terrorismo islamico colpisce anche Vienna, portando, ancora una volta, tutta l’Europa a tremare, insieme, sia per l’andamento sempre più preoccupante della pandemia, sia per gli sviluppi della crescente instabilità geopolitica dovuta all’islamofobia.

A soli tre giorni dall’attentato a Nizza del 28 ottobre, infatti, questo mese e questa settimana sono iniziati nel peggiore dei modi: lunedì sera, 2 novembre, l’Europa intera ha seguito col fiato sospeso le vicende di quello che stava accadendo nella capitale austriaca, nella quale, il giorno dopo, sarebbe scattato il lockdown. Proprio come in Francia, a Nizza, dove quel giovedì nero era l’ultimo prima di una nuova chiusura.

Tutto ha avuto origine in Seitenstettengasse nei pressi della sinagoga Stadttempel, l’unico luogo di culto per ebrei a non essere stato distrutto durante la Seconda guerra mondiale, ma già oggetto di un altro attacco terroristico nel 1981, durante un bar mitzvah.
Prendendo di mira la gente che sostava nei bar e nei ristoranti poche ore prima di un nuovo lockdown, l’attacco ha poi colpito sei diversi punti della città (Ruprechtsplatz, Salzgries, Graben, Bauernmarkt, Morzinplatz e Fleischmarkt).

Sono state ore di terrore; ore nelle quali i giornalisti cercavano di capire quale fosse il filo che unisse quei colpi in sei zone diverse della città. Cercavano di mettere assieme video ed immagini, grida e spari, per ricostruire subito un resoconto di ciò che non dava ancora segno di fine.

Durante quei momenti di panico, l’orchestra filarmonica accompagnava quel trauma continuando a suonare, per l’ultima sera, anche dopo la fine del concerto, con il nobile obiettivo di rasserenare gli spettatori bloccati dalla polizia all’interno del teatro dell’Opera.

“È stato un attentato islamista, dettato dall’odio per il nostro modello di vita. Abbiamo sempre visto il nostro paese come un’isola felice. Purtroppo non è così. C’è odio noi confronti della nostra democrazia. Non c’è una battaglia fra cristiani e musulmani, o fra l’Austria e i migranti. Questa è una lotta fra le molte persone che credono nella pace e alcuni che auspicano la guerra. È una lotta fra civiltà e barbarie. E questa lotta l’affronteremo con ogni determinazione”, ha detto il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, rivolgendosi alla nazione da Vienna.

A un certo punto, dunque, i sospetti hanno assunto sempre più parvenza di realtà – e della realtà più tetra: era un nuovo attentato segnato da quell’odio cieco e senza ragione che genera mostri, chiamati terroristi. Giovanissimi terroristi.

Era nato nel 2000 e aveva 20 anni, l’attentatore. Si chiamava Fejzulai Kujtim e aveva la cittadinanza austriaca e della Macedonia del Nord, il suo Paese d’origine. Era noto ai servizi di sicurezza antiterrorismo (Bvt) per essere stato uno dei 90 islamisti austriaci che avevano cercato di recarsi in Siria e unirsi allo Stato Islamico. Per questo, alla fine di aprile 2019, era stato condannato a 22 mesi con l’accusa di essere membro di un gruppo terroristico. Era poi, però, stato rilasciato in anticipo il 5 dicembre 2019, in quanto rientrava in un regime privilegiato e previsto dalla legge a tutela dei giovani.

Equipaggiato con una finta cintura esplosiva e un lungo fucile automatico, una pistola e un machete, Fejzulai Kujtim è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dalle forze di polizia alle 20.09.

Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato, affidando al suo canale di propaganda Amaq il comunicato con cui se ne assume la paternità. Poco prima dell’attacco il terrorista avrebbe, infatti, prestato giuramento di fedeltà al nuovo leader dell’Isis Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi: le Bandiere Nere hanno esaltato il gesto di Abu Dujana al-Albani, nome di battaglia di Kujtim, che ha compiuto l’attacco come “soldato del califfato”.

Il presidente della Comunità islamica in Austria, Ümit Vural, ha condannato pubblicamente l’attacco terroristico: “siamo ancora profondamente colpiti, scossi e sbalorditi. È un attacco alla nostra Vienna, per la prima volta il terrore ha colpito anche noi. Ora è importante che l’intera società si unisca e si opponga a una scissione. Il nostro sistema legale liberale è più forte della violenza e del terrore”.

Invece, ad aiutare e portare in salvo un poliziotto sono stati Mikail Özen e Recep Tayyip Gültekin –  due giovani turchi e musulmani – e un 23enne palestinese, Osama Joda, che stava lavorando al McDonalds di Schwedenplatz ed è stato il primo a prestare soccorso all’agente ferito. Lo scorso anno, il sindaco di Weikendorf aveva negato a Osama la casa, in quanto musulmano.

Ecco il punto. Il punto della narrazione inaccettabile della conflittualità tra due mondi.

Mentre si consumavano minuti atroci di un attentato terroristico criminale nella Vienna più liberale, un giovane palestinese ha soccorso il poliziotto.
Allora, come si può generalizzare, stigmatizzando un intero mondo fanatico sotto la bandiera dell’islam? E come si fa a discernere?

C’è stato Ariel Sharon, Bush e la lotta al terrorismo. Sharon, che aveva contribuito all’invasione israeliana in Libano (con annesso massacro al campo profughi di Sabra e Shatila – per inciso: 700 vittime, secondo gli israeliani; 2750, secondo la croce rossa -), fu però definito da Bush un “uomo di pace”, in una lotta retorica dove i palestinesi erano ritornati i cattivi. Proprio loro, privati dalla loro terra e casa, a partire da una guerra che gli israeliani chiamano di indipendenza e i palestinesi nekbah, “catastrofe”.

Ecco, di errori pericolosi ne vengono fatti tanti: da noi occidentali, per esempio, quando incolpiamo un generico mondo musulmano di atti che non gli appartengono, in quanto quest’ultimo non è sinonimo di Isis come l’autoproclamato califfo, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi, è lontano anni luce da quello che era il prototipo del califfo ottomano aperto alla cultura europea (come lo erano, per esempio, Abdulhamid o Abdulmecid).

A spaventarsi sono tutti, però, bianchi e neri, cristiani e musulmani. A essere vittime, infatti, non sono solo i cattolici e gli ebrei, ma anche tutto il resto del mondo musulmano che, lontano da simili errori pericolosi, cerca disperatamente e ancora di farsi accettare; un mondo che noi temiamo, generalizzando l’islamofobia anche per loro, sempre con la fasulla convinzione di colpa collettiva, come di collettivo e sempre uguale mondo musulmano.

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