Elezioni in Israele: lo stallo politico e il nuovo ruolo dei partiti arabi?

Netanyhau con il suo partito, il Likud, alle nuove elezioni in Israele si conferma leader indiscusso dello schieramento conservatore che tuttavia non oltrepassa i 59 seggi. Lo stallo politico rischia di attanagliare il paese se Natanyhau non riuscisse a mettere insieme una coalizione di almeno 61 seggi. Il ruolo di “game changer” del partito arabo di Mansour Abbas e l’esito delle elezioni in Israele.

di Alice Minati – OTHERNEWS

Lo stallo politico è il primo risultato delle (quarte) elezioni in Israele in due anni

Martedì 23 marzo si sono tenute nuove elezioni parlamentari in Israele – le quarte in circa due anni -. I numeri dello spoglio suggeriscono che il voto non ha risolto lo stallo politico in cui il paese si trova da due anni a questa parte. Israele si conferma una società molto frammentata, dove un sistema elettorale puramente proporzionale favorisce i piccoli partiti di ispirazione religiosa e identitaria che giocano un ruolo essenziale nel complesso sistema di alleanze.

I giochi delle alleanze politiche

Su 120 seggi della Knesset, il Parlamento monocamerale israeliano, sono necessari 61 seggi per dare la fiducia al governo. Il numero di seggi più consistente è stato portato a casa dal primo ministro uscente Banjamin Netanyhau, il cui partito, il Likud, ne ha conquistati ben 30. Tuttavia, “Bibi” non ha i numeri per governare il paese: la coalizione di destra che ha governato Israele per la maggior parte dei 12 anni di mandato di Netanyahu al momento si ferma a 59 seggi della Knesset, (e tra questi sono compresi i seggi conquistati da Yamina, un partito di destra che per ora ha escluso di governare con Netanyahu).

I risultati degli eterogenei partiti d’opposizione nelle elezioni in Israele

Tuttavia, è difficile pensare alla formazione di un governo che non includa il partito di Bibi. Oltre ad essere il partito di maggioranza relativa nel paese, a questa considerazione deve aggiungersi il fatto che i partiti dell’opposizione (che teoricamente controllano 61 seggi) sono molto diversi tra loro e hanno già escluso ogni forma di collaborazione: dalla destra nazionalista di “Casa Nostra”, ai centristi, al cartello elettorale dei partiti di centrosinistra che rappresentano gli arabo-israeliani, ai partiti di sinistra dei Laburisti e di Meretz. Partiti che non riescono a superare i 6-7 seggi ciascuno, escluso i centristi di Yesh Atid che ne portano a casa 17 (ma sono in calo rispetto ai sondaggi).

La tabella seguente mostra il numero di seggi che dovrebbe essere assegnato a ciascun partito una volta confermato l’esito delle elezioni in Israele.

Il successo di “Bibi” nelle elezioni in Israele

Nonostante il suo partito non abbia i numeri per governare da solo, Benjamin Netanyhau è rimasto il capo indiscusso della coalizione di destra. Il Likud rimane senza dubbio il primo partito del paese: solo un risultato inferiore ai 30 seggi o la “migrazione” di voti verso gli altri partiti della destra israeliana (in particolare verso i partiti di destra più estrema come Yamina o Nuova Speranza) avrebbero potuto contrastare la sua leadership. Eppure, nulla di tutto ciò si è verificato e per questo la sua leadership tra i conservatori rimane indiscussa.

In sintesi, i successi in politica interna con la campagna vaccinale e quelli in politica estera con gli Accordi di Abramo (il processo di normalizzazione dei rapporti con alcuni paesi arabi) sono la chiave di volta che hanno garantito un nuovo sostegno al partito di Benjamin Netanyhau nelle ultime elezioni in Israele.

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La lotta al Covid-19 e il successo della campagna vaccinale israeliana

È indubbio che la figura di Benjamin Netanyhau sia particolarmente divisiva all’interno della società israeliana. Certamente, il processo in corso contro di lui per le accuse di corruzione e abuso di potere hanno polarizzato l’opinione pubblica ma non sembrano aver scalfito il suo elettorato e compromesso l’esito delle elezioni in Israele.

Dalla sua, i risultati della campagna vaccinale anti Covid-19: nonostante la piccola taglia del paese israeliano, Israele può vantare il miglior risultato al mondo con oltre il 50% della popolazione che ha ricevuto due dosi di vaccino e dove l’indice di contagio e il numero dei decessi si riducono di giorno in giorno.

Il “ritorno alla vita”, lo slogan di Bibi nelle elezioni in Israele

Forte dei risultati della lotta al Covid, lo slogan della campagna elettorale del Likud nelle elezioni in Israele è stato l’auspicio benaugurante del “Ritorno alla vita”. Bibi ha promesso il rilancio dell’economia e il ritorno alla normalità per quanto riguarda scuole, università, attività commerciali e vita quotidiana.

La caccia al voto arabo

Lo stallo aperto dalle nuove elezioni in Israele potrebbe favorire un nuovo protagonismo dei leader politici arabi. Infatti, venendo ai numeri, anche se tutti i partiti politici dello schieramento conservatore si accordassero raggiungerebbero non più di 59 seggi. Una manciata di seggi si frapporrebbero alla formazione del nuovo governo, generando ulteriore instabilità e rendendo probabile una nuova votazione nel prossimo futuro (la quinta).

Non a caso sia la destra che la sinistra stanno “corteggiado” i partiti della Lista Araba Unita, lista che unisce i partiti che rappresentano la comunità araba residente sul territorio israeliano. Infatti, a far pendere l’ago della bilancia politica dall’una o dall’altra parte potrebbe essere un partito di ispirazione islamista, “Raam”, il cui leader, Mansour Abbas, ha dichiarato di volere lavorare con chiunque intenda migliorare le condizioni degli arabi residenti in Israele.

Il partito islamista nella coalizione di destra? Rischi e opportunità per gli arabi tra gli esiti delle elezioni in Israele

Se Raam oltrepassasse la soglia di sbarramento e ottenesse 3 o 4 seggi, potrebbe rivelarsi il “game changer” delle elezioni israeliane. Sarebbe al tempo stesso un rischio e un’opportunità per gli arabi. D’altronde, negli ultimi anni è cresciuta una nuova consapevolezza nello schieramento e nella società civile araba residente in Israele. Per molti, le opportunità di crescita e il miglioramento delle condizioni di vita passano per la partecipazione alle decisioni politiche di alto livello piuttosto che per la continua opposizione a qualsivoglia governo.

Molti giovani arabi premono per una più forte integrazione nello stato: imprenditori, laureati e diplomati (in particolare nel campo medico e nell’high-tech), operatori turistici, stentano a riconoscersi nei loro tradizionali rappresentanti politici, spesso irreggimentati in vecchie concezioni.

Netanyhau e i partiti israeliani sono ben consapevoli dei margini di crescita elettorale tra la popolazione araba. Tuttavia, il compromesso con i partiti sionisti e apertamente antiarabi della destra e della sinistra israeliana sembra difficile da trovare. Eppure, questo potrebbe essere un primo difficile ma significativo coinvolgimento degli arabi nella politica nazionale israeliana. Per vincere le elezioni in Israele e uscire dallo stallo nuovi compromessi potrebbero essere proposti.

Difatti, Bibi nella sua campagna ha promesso investimenti per la sicurezza e il rilancio economico delle città arabe flagellate dal crimine e controllate da gang rivali legate a diversi clan familiari. Basti pensare che nel 2020, il 90% delle sparatorie è avvenuto in centri arabi.

Il sindaco di Nazareth, Ali Salam, un esponente politico arabo di rilievo, ha espresso il suo sostegno nei confronti di Netanyhau, valutando come sincero il suo impegno nel migliorare le vite degli arabi israeliani.

Difficile prevedere se l’alleanza andrà a buon fine o meno, certo sarebbe una novità degna di nota per la politica israeliana e potrebbe rappresentare nel lungo termine l’inizio di una svolta per gli arabi israeliani. Non bisogna certo eccedere nell’entusiasmo perché il processo è arduo e gli ostacoli che si frappongono sono infiniti, eppure questo tentativo potrebbe dare risultati insperati e aprire a future e continue collaborazioni tra gli schieramenti.

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