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Qualcosa dovrà cambiare

Mar 21 2020

di Guglielmo RezzaOTHERNEWS

È abitudine comune quella di cercare, negli avvenimenti di cui si è partecipi, degli elementi che vadano a rafforzare le proprie credenze e certezze. Quando ciò non è possibile si rimane disorientati, poiché le chiavi di lettura generalmente applicate alla realtà diventano inefficaci e quelle certezze vengono scosse. Lo stesso accade, in misura ancora maggiore, per un evento della portata della pandemia che sta adesso colpendo l’Italia e il resto d’Europa.

Negli ultimi trent’anni ci siamo abituati a pensare che il modello di società in cui viviamo sia il migliore possibile: una società globalizzata, caratterizzata dalla libera circolazione di mezzi e persone e che muove verso il progressivo abbattimento di muri e frontiere: una società il cui obbiettivo ideale dovrebbe essere il raggiungimento del maggior livello possibile di partecipazione democratica al processo decisionale.

In tempi ordinari, vivere in questa società offre a noi che vi abitiamo il più ampio margine di garanzie e libertà civili, ma è lecito chiedersi come i nostri ordinamenti siano in grado di resistere e di assorbire gli urti. Il dibattito sull’equilibrio tra la domanda di sicurezza e la limitazione delle libertà individuali non è nulla di nuovo o inedito: anzi, mai come negli ultimi anni, specialmente in riferimento alla minaccia del terrorismo, il tema è tornato alla ribalta.

Tuttavia, nessun evento precedente aveva avuto una rapidità di diffusione e un impatto sociale comparabile a questa epidemia, che nel volgere di due settimane ha confinato tutti i cittadini italiani nelle proprie case, il tutto in assenza di un dibattito pubblico che potesse realmente ritenersi tale, con forze dell’ordine che ormai controllano gli spostamenti di tutti noi e decidono se tali movimenti sono legittimi o meno.

Le limitazioni da noi adottate sono tuttavia ridotte e diluite rispetto a quelle attuate in Cina, dove attorno  alle zone infette sono stati creati veri e propri cordoni militari che hanno impedito a chiunque di lasciare l’area e diffondere il virus nel resto del Paese. Altre misure attuate dal Governo cinese sono per noi ancora più impensabili, come ad esempio la quarantena coatta per i malati in apposite strutture in modo da non contagiare i propri familiari, con individui prelevati anche con l’uso della forza nelle proprie abitazioni. Insomma, qualcosa di non propriamente assimilabile al dibattito nostrano sulla libertà di jogging.

Eppure, l’impiego di misure autoritarie e restrittive della libertà individuale sembra aver dato i propri frutti, così che un Paese di un miliardo e mezzo di abitanti come la Repubblica Popolare Cinese sembra essere destinato ad avere meno morti di un Paese con 1/25 della sua popolazione quale è l’Italia, dove l’epidemia sembra purtroppo essere ancora in fase rampante e pronta a mietere vittime. Si può discutere se l’assenza di istituzioni democratiche abbia rallentato o meno l’identificazione e il primo intervento sulla malattia, ma non possiamo affermare con certezza che un sistema democratico avrebbe garantito una risposta più rapida: ciò che sembra possibile affermare è, invece, che un sistema caratterizzato da un processo decisionale immediato, non democratico e con poteri pressoché illimitati sembrerebbe esser stato in grado di fornire una risposta più decisa a epidemia già iniziata. Metodi brutali e non democratici potrebbero quindi aver salvato vite umane.

Siamo disposti a barattare permanentemente i nostri diritti con una capacità di rispondere più prontamente a sfide eccezionali come quella posta dal COVID-19, se ciò può salvare vite? La risposta risposta a questa domanda è presumibilmente e auspicabilmente negativa e questo potrebbe essere un dazio da pagare per preservare una società democratica.

Tuttavia, possiamo fare dei cambiamenti, come società, che ci permettano di rispondere meglio alle sfide del futuro. La crisi sta infatti evidenziando tutte le carenze di un sistema di sanità pubblica che  negli ultimi anni ha subito tagli crescenti. In un sistema economico tardo capitalista ci viene continuamente ripetuto come il Welfare State rappresenti un ostacolo alla competitività economica di un Paese, una zavorra ereditata dal Novecento di cui liberarsi al più presto: dobbiamo essere tuttavia coscienti del fatto che anche questa transizione verso un modello di stampo economico sempre più liberista è una scelta che può avere un suo costo sociale nel momento in cui si presenta un’emergenza.

Il COVID-19 sta infliggendo all’Italia un pesante bilancio in termine di vite umane. La cosa più saggia al momento è quella di seguire tutti i consigli delle autorità, sperando come collettività di riuscire a superare questo duro colpo, ma quando tutto ciò sarà finito e dovremo tirare delle conclusioni su quanto accaduto, anche in vista di potenziali, ulteriori sfide future, avremo diverse scelte.

Potremo proseguire lungo l’attuale percorso di sviluppo, considerando queste perdite come danni collaterali accettabili in un modello tardo capitalista di sviluppo che va sempre più a ridurre la spesa pubblica in settori come quello della sanità. Potremo decidere di reagire alle prossime sfide con metodi ben più brutali e autoritari di quelli impiegati dal nostro Governo in questa epidemia. Altrimenti, potremo riscoprire l’importanza di quel caro, vecchio modello di Welfare State che sta progressivamente scomparendo, potenziando quei meccanismi di assistenza sociale, economica e sanitaria che avrebbero potuto aiutare a curare più malati negli ospedali e a rendere meno duro l’impatto economico dell’epidemia per chi è rimasto a casa.

Ma questo verrà dopo, quando tutto sarà finito: allora avremo ampio modo di dividerci e insultarci per le rispettive posizioni in materia di sviluppo economico. Ora, tutto ciò che possiamo fare è stringerci come collettività finché quest’emergenza non sarà finita, sperando che (quasi) tutto vada bene.

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