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Mutilazione Genitale Femminile in Sudan: svolta per le ragazze del futuro

Lug 31 2020

di Marlene Simonini – OTHERNEWS

Questo è un articolo scritto da una donna e nonostante al giornalismo faccia bene potersi giudicare imparziale, vi sono alcuni temi che toccano corde più profonde. 

credits photo: www.dolcevitaonline.it
dall’articolo “il Sudan vieta le mutilazioni genitali femminili”

Dietro la sigla, quasi innocua, di MGF si nasconde la Mutilazione Genitale Femminile. Calici in alto: da pochi mesi tale atrocità è stata riconosciuta illegale e perseguibile penalmente anche in Sudan. Ma andiamoci piano, con questi calici, perché significa che fino ad oggi le donne sudanesi hanno nascosto sotto le loro vesti e dietro i loro volti questo atto terribile, questo intervento – che intervento non è, poiché si tratta di rimuovere e danneggiare tessuti sani e normali che contribuiscono al regolare svolgimento delle funzioni naturali del corpo femminile. 

In Sudan, con la modifica del cosiddetto “Criminal Act”, chiunque pratichi le MGF rischia ora una pena pari a tre anni di carcere ed una multa salata, eppure prima che la pratica venga messa al bando non solo dalla legge, ma anche dai costumi sociali, ci vorrà del tempo. 

Quanto tempo? Il ministro degli affari religiosi Nasr al-Din Mufreh collabora con una serie di campagne per poter debellare le MGF, auspicabilmente, per il 2030

Quante donne? L’88% delle donne sudanesi tra i 15 ed i 49 anni è stata sottoposta alla mutilazione genitale femminile. Questi dati, ufficiali poiché forniti dall’ONU, si basano su indagini verbali ed auto-segnalazioni, infatti veri esami clinici sono più che rari. Ci si fida delle donne, sperando che esse stesse sappiano il tipo e l’entità della mutilazione che è stata eseguita sul loro corpo. La pratica, infatti, viene svolta quando sono ancora bambine e molte di loro non sanno esattamente cosa hanno subìto.

Al momento, con le MGF finalmente illegali da un punto di vista giuridico, siamo ad un bivio già attraversato, ad esempio, in Ghana, dove dopo l’emanazione di una legge che criminalizza la mutilazione genitale femminile, le donne hanno iniziato a negare di aver mai subito una pratica del genere, per paura che i membri della famiglia potessero esser perseguiti penalmente o loro stese accusate, oltre a temere la disapprovazione sociale intervenuta nei confronti di una pratica d’improvviso – per modo di dire, poiché da decenni considerata brutale – messa al bando. 

Ma passiamo a parlare dell’atto in sè, di cosa è la Mutilazione Genitale Femminile. Possiamo individuare 3 diversi gradi della pratica, di cui la forma più grave prevede l’esportazione totale dei genitali, con una cucitura delle grandi labbra che lascia aperto solo un forellino dedicato all’uscita di urina e sangue mestruale. 

I rischi fisici che ne conseguono sono infezioni, infertilità, dolori durante gli atti sessuali, complicazioni durante il parto e perfino la morte. Non si può neanche parlare dei rischi psicologici a cui le giovani donne vanno incontro. La pratica viene ancora svolta in 27 paesi africani, nonché in alcune zone dell’Asia e del Medio Oriente. 

Con questo taglio viene detto alle ragazze che si onora la tradizione e si garantisce la loro purezza. Eppure il concetto di controllo è quello che davvero conta: controllo sul corpo della donna e quindi sulla persona che la donna stessa è; controllo consegnato, dopo la mutilazione, direttamente nelle mani della famiglia, prima, e del marito, poi. Quel controllo che viene sottratto con un colpo di lama, privando le giovani donne di decidere liberamente di alcune tra le cose più importanti della loro vita: da come vivere l’ambito sessuale, la propria salute, la possibilità di diventare madre e, più sottilmente, le introduce nell’ambivalenza che l’accesso al riconoscimento sociale potrebbe loro consegnare: far parte di una comunità piuttosto che di un’altra, di un’era, di una tradizione, di un retaggio.  

A ciò bisogna comunque aggiungere che anche gli uomini, raggiunto quel limite tra l’infanzia e l’adolescenza, vengono sottoposti a delle mutilazioni, intese come rito di passaggio, di purificazione, prove di coraggio e di onore, ma certo non così invasive come quelle sofferte dalle donne. 

Le mutilazioni genitali femminili sono ormai un’usanza arcaica e la religione non c’entra. La pratica infatti viene svolta da comunità musulmane, animiste e cristiane (copte, cattoliche ed ortodosse). È un fenomeno antropologico che si tramanda da secoli, i cui primi casi risalgono addirittura all’Antico Egitto. 

Una luce di speranza, però, c’è: negli ultimi tempi in regioni come il Ciad, la Guinea e il Sierra Leone sono addirittura più gli uomini che le donne a voler porre fine alle mutilazioni genitali femminili. In quanto uomini, infatti, hanno avuto un accesso (più) diretto alla scolarizzazione e questo li ha resi esseri umani consapevoli. Ecco che da qui a capire come riuscire a debellare e sconfiggere le mutilazioni genitali femminili il passo è breve: l’educazione. Il Sudan ci ha già pensato e ha già pianificato un programma in grado di trattare e parlare apertamente di MGF fin dalle scuole dell’infanzia.

Per millenni le donne hanno sopportato delle mutilazioni sulle proprie parti intime e possiamo solo immaginare quanta forza disumana abbiano dimostrato. Alcune di loro lo stanno ancora dimostrando. In futuro, si spera, sempre meno donne dovranno farlo. Perché potremo dimostrare altro: l’intelligenza, la gentilezza, la generosità. Così come la nostra controparte maschile. Ma non dimostreremo come vivere con delle mutilazioni intime, questa è la speranza più grande. 

Da donna, a tutti.

admin

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