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The Sunday Breakfast – 42 – panoramica sui fatti globali della settimana

Ago 1 2020

a cura di Cecilia Capanna

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27 luglio 2 agosto 2020 – di Gianfranco Maselli

Questa settimana proviamo a riporre la nostra fiducia in Paul Valery quando scriveva che quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle. Cambiarla, per alcuni paesi, può essere un segnale importante, un punto, un segno inscritto nella storia che agisce più in profondità di quanto si possa pensare.

PELLE

Quello che è accaduto qualche giorno fa in Sudan, ad esempio, è davvero un punto e a capo dopo decenni di soprusi e violenze contro la dignità umana.

Con l’abrogazione della Sharia, quel complesso di regole di vita e di comportamento che guida la condotta morale, religiosa e giuridica dei fedeli islamici, il paese cambia pelle lasciandosi alle spalle una legge spesso distorta e strumentalizzata, tanto dagli islamici quanto dagli islamofobici.

Dopo il trentennale giogo dittatoriale di Omar al-Bashir, il Sudan si apre al rinnovamento nel rispetto dei diritti umani, dall’eliminazione della pena di morte per i musulmani che si convertono ad un’altra religione fino a criminalizzare le mutilazioni genitali femminili, un fenomeno tanto vasto e complesso quanto violento e drammatico. La nostra Marlene Simonini ce ne parla accuratamente 👇

CONFESSIONI

La riforma decisa dal governo di Abdalla Hamdok dovrebbe mettere fine alle persecuzioni contro l’apostasia, punire le violenze contro donne e gli omosessuali e, soprattutto, avvicinare sempre di più il Sudan alla comunità internazionale, da cui era stato isolato durante il governo trentennale di Al-Bashir, l’ex autocrate sudanese che per il suo golpe del 1989 ora rischia la pena di morte.

L’ex “uomo forte” del Sudan, deposto con una rivolta popolare l’anno scorso, è sotto processo per il colpo di Stato militare che lo ha portato al potere più di 30 anni fa, rovesciando il governo democraticamente eletto del premier Sadek al-Mahdi e reprimendo nel sangue qualsiasi successivo tentativo di liberazione del paese.

Le accuse si sono aggravate nell’ultima settimana, quando l’ex presidente ha ammesso di aver fatto giustiziare 28 ufficiali dell’esercito sudanese che nel 1990 cercarono di rovesciare il governo dell’autocrate. I resti degli ufficiali sono stati ritrovati qualche giorno fa a seguito della tremenda confessione, sepolti in una fossa comune vicino alla città di Umm Durman, dove erano rimasti per 30 anni.

TEMPESTA

Cambiare pelle può essere un segnale importante di rinnovamento  interiore ma certe cose, al di fuori di noi, non cambiano mai. Viaggiamo violentemente, come navi senza nocchiere in tempesta, attraverso una natura selvaggia che non conosce pace.

Il Sudan, lo stesso paese che al suo interno sta cominciando ad assaporare una brezza di rinnovamento, oltre i propri confini continua ad essere marchiato a fuoco dagli stessi vecchi segni, difficili da portare, impossibili da cancellare. L’ultimo risale a pochissimi giorni fa. Tre migranti sudanesi sono stati uccisi durante una sparatoria avvenuta a Khums, ad est di Tripoli. I migranti sono stati intercettati in mare e riportati a riva dalla Guardia Costiera libica che, in una colluttazione ancora poco chiara, ha sparato contro 5 sudanesi che si erano dati alla fuga, uccidendone 3 e ferendone 2xzx

Questi ultimi sono stati portati in ospedali della zona mentre la maggior parte dei sopravvissuti all’incidente è stata trasferita in centri di detenzione.

Le carceri libiche diventano il punto di arrivo e di partenza da cui si dispiega un loop di fuga, scommessa, dolore e spesso morte, finanziato in parte anche dal nostro paese. La Camera, il 16 Luglio scorso, ha infatti dato il via libera al rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero e ai fondi per l’addestramento e l’appoggio alla guardia costiera libica. Quanti soldi diamo alla Libia per fermare i migranti?

SVOLTE?

Un loop senza fine sembrava condannare anche la storia dello Yemen, impantanato da anni con l’Arabia Saudita in un conflitto interno di cui non sembrava ancora essere riuscita a venire a capo, soprattutto in seguito agli ultimi sviluppi che hanno visto il Regno Unito tornare a importare armi nel paese.

Nei recenti sviluppi che coinvolgono i separatisti del Sud, tuttavia, sembra intravedersi una parziale svolta che porterebbe lo Yemen ad un cambiamento. Il Consiglio di transizione meridionale ha annunciato di voler rinunciare al proprio autogoverno, dichiarato ad Aprile, per attuare un accordo di condivisione del potere e porre fine alla rivalità con il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il paese, tuttavia, è ben lontano dal cambiar pelle. La svolta non riuscirebbe a sanare le incolmabili differenze etniche e politiche fra il Nord e il Sud del paese. L’Arabia Saudita si avvierà, piuttosto, ad acquistare un ruolo sempre più preponderante sia nella formazione del nuovo governo al primo ministro Maeen Abdelmalek sia nel conflitto con i ribelli sciiti Houti filoiraniani che, di fatto, rimarrà ancora in piedi.

Guglielmo Rezza ci spiga come Negli ultimi due anni, la guerra civile che vede contrapposte le forze governative Hadi ai ribelli Huti, ha visto riemergere spinte secessioniste nel sud del Paese, controllato dal 2018 dal Consiglio di Transizione del Sud 👇

MANICHEISMO?

A partire dalla Gran Bretagna, la nuova legge sulla sicurezza nazionale cinese sembra aver innescato un domino che coinvolge sempre più paesi, riproponendo uno schema globale che sa d’epoca passata: due blocchi contrapposti che, in modo manicheo, paiono voler accaparrarsi il mondo, per alcuni come in una nuova Guerra Fredda.

Sulla scia della decisione di Boris Johnson, in reazione all’entrata in vigore nell’ex colonia britannica della controversa legge sulla sicurezza nazionale voluta da Pechino, anche l’Australia e la Nuova Zelanda hanno sospeso il proprio trattato di estradizione con Hong Kong.

Ci sembra eccessivamente sensazionalistico nonché inappropriato parlare di una nuova Guerra Fredda ma è impossibile non considerare che la decisione intrapresa dai due paesi non è spontanea ma segue le iniziative prese degli altri membri di un’alleanza di intelligence denominata Five Eyes, composta da Usa, Australia, Canada e Regno Unito, un associazionismo che sembra ricalcare l’idea di un blocco occidentale contrapposto, di fatto, in modo economico e politico a quello cinese.

SCUOLA DI SOVRANISMO

Concludiamo la nostra rassegna settimanale con un’analisi accurata del filo che intreccia religione e politica, nel segno del sovranismo e di Steve Bannon. Bannon è un personaggio controverso che ha legato la sua storia dapprima a Donald Trump e poi ad una missione politica che tutt’oggi cerca di coinvolgere l’Europa intera, confluita nella vicenda della Certosa di Trisulti, la Rocca duecentesca che Steve Bannon vuole trasformare in un 2accademia per sovranisti”. In questa diretta ne discutono Gina Marques, Paola Rolletta e Roberto Savio.

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