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Quim Torra: il sentimento indipendentista catalano negli striscioni gialli della sua Generalitat

Ott 3 2020

di Marlene SimoniniOTHERNEWS

“I nazionalismi portano sempre questo problema della libertà, voglio dire, la libertà nella democrazia è qualcosa di difficilmente compatibile con il nazionalismo”. A sostenerlo è il drammaturgo Albert Boadella e, per questo articolo (o per questa vita puoi scegliere tu, caro lettore) anche noi.

È accaduto la scorsa settimana: il presidente della Generalitat (istituzione che coordina il sistema amministrativo-costituzionale della Catalogna), dovrà dimettersi. È vero, non corriamo, ecco la narrazione degli eventi: durante le elezioni del 2019 il governatore Quim Torra si era rifiutato di rimuovere degli striscioni gialli in sostegno dei presos polítics (prigionieri politici) incarcerati per i fatti del settembre ed ottobre 2017, quando si era tenuto il referendum catalano per l’autonomia, giudicato poi incostituzionale da Madrid, con la conseguente incarcerazione di Carles Puigdemont.

La sentenza è arrivata questa settimana: Torra è condannato ad un anno di interdizione dalle cariche pubbliche, locali e nazionali. L’ex governatore ha ribadito quanto fosse un suo diritto manifestare le proprie opinioni politiche, anche con simboli o striscioni, ma la sentenza, di cui è stato relatore il magistrato Juan Ramon Berdugo, è chiara: durante il periodo elettorale del 2019 la carica che egli ricopriva avrebbe dovuto manifestare null’altro che neutralità (e togliere, quindi, i sopracitati striscioni).

“Questa sentenza è dettata dalla sete di vendetta” ha dichiarato Torra, che in questi due anni e mezzo da presidente della Catalogna si è sempre definito più un attivista che un politico. Come da procedura, ha assunto la carica di presidente della Generalitat il suo vice, Pere Aragones e lo spettro di nuove elezioni si staglia all’orizzonte, elezioni programmate probabilmente per l’inizio del prossimo anno.

È un caso, quello della Catalogna, problematico e bellissimo. Il caso di un Paese nel Paese, il cui abbraccio può sembrare una morsa. La resistenza catalana, pur durando da quasi 600 anni, ha avuto modo di accentuarsi il secolo scorso a seguito dell’acquisizione della Costituzione del 1978, cioè quella Costituzione adottata in Spagna dopo la fine del franchismo. I catalani sostengono che la Costituzione sia loro sostanzialmente ostile, eppure questa fu appoggiata, al tempo, da 2,7 milioni di catalani, pari al 91,09% dei votanti. La Catalogna fu, insieme all’Andalucía, la comunità autonoma spagnola con la maggioranza più ampia ad appoggiare la Costituzione. Dal 1978 ad oggi, in questi 40 anni abbondanti, gli indipendentisti sostengono il fallimento della Costituzione adottata e chiedono, di conseguenza, che l’autonomia si trasformi in indipendenza. In realtà, un anno dopo l’adozione della carta costituzionale venne abbracciato un nuovo Statuto di Autonomia della Costituzione, in cui, oltre all’ovvia riabilitazione della lingua catalana vietata da Franco, si compirono passi avanti sulla corresponsabilità fiscale e si ridistribuirono le competenze tra stato e comunità autonoma.  

Alle pretese che la Spagna sia uno stato autoritario, si fa invece notare che il paese fa parte di tutte le convenzioni internazionali sul rispetto dei diritti umani e delle libertà politiche delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, anzi Freedom House ha assegnato un punteggio di 95/100 al rispetto dei diritti civili e politici in Spagna, lo stesso attribuito alla Germania.

Tra i vari motivi trainanti, non poteva non esserci lui: el dinero. Nella regione catalana vengono realizzati oltre il 20% del Pil spagnolo e il 23% della produzione industriale. Sempre in Catalogna, su un territorio di 32 mila chilometri quadrati, circa 5.700 multinazionali estere hanno impiantato una sede, cioè quasi la metà (per l’esattezza il 46%) di tutte quelle che hanno deciso di investire in Spagna. La Catalogna, in sostanza, ha ragione di essere considerata uno dei motori economici spagnoli, tanto che è stato coniato il detto “el catalán, de piedras, hace pan” (un catalano trasforma pietre in pane), eppure è vero anche che la regione dispone di un debito pubblico tra i più elevati del Paese, pari a circa 77 miliardi di euro (il 35,4% del Pil).  

Infine, bisogna considerare la Catalogna non solo come parte del territorio spagnolo ma anche, di rimando, parte della Comunità Europea. Gli indipendentisti sostengono che la Catalogna sicuramente non uscirà dall’Ue una volta raggiunta l’indipendenza, eppure molti dei presidenti della Commissione europea – Romano Prodi, Jose Manuel Barroso e Jean-Claude Juncker – hanno sostenuto il contrario: se un territorio di uno stato membro smette di esserne parte, perché diventa indipendente, i trattati dell’Unione Europea non potranno continuare ad essere applicati automaticamente a questa parte di territorio. Se vorrà diventare membro dell’Unione Europea, il nuovo stato dovrà fare formale richiesta, secondo quanto prevede l’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea: significa che la sua candidatura dovrà essere accettata da tutti gli attuali stati membri, quindi anche dalla Spagna, che però potrebbe non essere d’accordo in caso di dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna.  

Senza dubbio, la vicenda non si potrà sbrigare con uno schiocco di dita. Stiamo parlando di una regione che ha una sua autonomia, una sua lingua, una sua tv, radio, social network che sfruttano il suo idioma, senza contare una tradizione storica che mai ha lasciato il cuore catalano. La Catalogna, in fin dei conti, chiede l’indipendenza praticamente da sempre ed il suo caso è più che raro: se generalmente a chiedere l’indipendenza sono colonie sfruttate, ora ci troviamo davanti ad una regione tra le più fiorenti e all’avanguardia d’Europa; non è il  sentimento indipendentista che sfocia da un moto di oppressione, è anche e soprattutto un sentimento d’appartenenza che non si è scalfito dal matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona, nel lontano 1469: un matrimonio forzato tra due persone, due terre e  due culture che dopo quasi seicento anni di storia stanno ancora cercando il loro “e vissero per  sempre felici e contenti”.  

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