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LE RIVENDICAZIONI DEL JAMMU E KASHMIR

Ott 17 2020

di Rosarianna RomanoOTHERNEWS

Il 14 ottobre è stata rilasciata Mehbooba Mufti. Ha guidato il governo del Kashmir indiano dal 2016 al 2018 ed è stata arrestata il 5 agosto 2019, dopo che New Dheli aveva revocato l’autonomia della regione. Dopo il suo rilascio, i principali partiti politici del Kashmir hanno annunciato una alleanza per ripristinare la loro autonomia.

Mehbooba Mufti

Una narrazione storica

La storia dell’India è una delle più affascinanti in assoluto: dall’imperialismo inglese alla marcia del sale, da Ghandi e Neru sino alla situazione attuale, dominata adesso dalla pandemia, da Modi e dagli scontri sempre accesi nella contesa regione del Kashmir.

È questa una narrazione storica da sempre segnata dalla dicotomia tra due diverse religioni: indù e islamica, una polarizzazione che si trascina, senza sconti, ancora oggi.

È necessario fare un passo indietro per capire i difficili equilibri che questa regione sta affrontando nelle ultime ore: come sempre, le radici affondano, pesanti, nella storia.

Il potere coloniale britannico in India è stato caratterizzato dalle operazioni della East India Company (EIC), compagnia azionaria privata costituitasi all’inizio del XVII secolo. A un certo punto, una grandissima ribellione, l’Indian mutiny (ammutinamento indiano) ruppe gli equilibri, coinvolgendo entrambe le componenti religiose e mettendo in risalto come una già radicata divaricazione di credi proiettava gli sviluppi futuri, sin dalla metà del XIX secolo. In questo caso, tuttavia, la motivazione della protesta seguiva la medesima direttrice. I sepoys (le truppe indiane arruolate nell’esercito dell’East India Company) infatti si ribellavano per un motivo comune: le cartucce per i nuovi fucili venivano oliate con grasso di suino e bovino. Siamo di fronte, dunque, ad un insulto ad entrambe le religioni, essendo il maiale sacro per i musulmani e il bue per gli indù.

Da allora, queste due fazioni religiose sarebbero state dominate della discordia e non più dalla comunione d’intenti.

Poi la Grande Guerra, Ghandi, la Seconda Guerra Mondiale, il 1945 e il governo laburista guidato da Attle. Uno dei primi atti di quest’ultimo, la convocazione delle elezioni per un’Assemblea Costituente indiana, previde la redazione di un testo costituzionale per un’India, finalmente, indipendente. Tuttavia, le due componenti religiose nella regione indiana dimostrarono di essere sempre più agli antipodi: nel dopoguerra, infatti, ebbe luogo una netta rottura tra il Partito Nazionale del Congresso (indù, guidato da Ghandi e Neru) e la Lega Musulmana. Queste furono le basi per la Partition dell’India del 1947, della conseguente formazione del Pakistan (regione a maggioranza musulmana) e dell’Unione indiana (a maggioranza indù).

Nel 1965 l’India aveva già combattuto una guerra contro il Pakistan per il controllo del Kashmir (regione contesa dal 1947), con il conseguente intervento militare indiano nel 1971 a favore dell’indipendenza del Pakistan orientale (il quale portò alla formazione del nuovo Stato Indipendente del Bangladesh).

Nel 1992 si apriva un nuovo fronte di conflitto etnico in Kashmir le cui radici risalivano proprio alle modalità della Partition del ’47: la regione, a maggioranza musulmana, sarebbe stata indebitamente attribuita all’Unione Indiana, Stato a maggioranza indù.

Tra il ‘99 e il 2003 si riaccesero nuovi scontri di frontiera con le truppe del Pakistan, il quale vorrebbe sempre acquisire il controllo dell’intero Kashmir.

Un salto nel presente

Il Kashmir, dunque, aveva una peculiarità: era l’unica regione della Federazione Indiana a maggioranza musulmana. Inoltre, tale territorio del subcontinente indiano – controllato per due terzi dall’India, per una piccola parte dalla Cina e per il resto dal Pakistan – aveva goduto di uno status speciale che consentiva una sostanziale autonomia, infatti aveva proprie Costituzione e bandiera e manteneva competenze su tutte le materie ad eccezione della politica estera, della difesa e delle comunicazioni.

Nell’agosto del 2019 qualcosa però si ruppe: l’India ha abrogato l’articolo che garantiva tale indipendenza, il 370 della Costituzione in vigore da settant’anni. Inviando migliaia di nuovi soldati in una regione tra le più militarizzate al mondo e che, secondo le stime, ospitava già più di mezzo milione di militari indiani, ha privato il Kashmir di quell’afflato di autonomia che da sempre lo aveva caratterizzato.

New Dheli, successivamente, sostenendo che la rete avrebbe potuto essere usata per organizzare proteste contro le autorità, ha imposto un ulteriore giro di vite anche sulle comunicazioni (il blocco di internet è stato cancellato nel febbraio 2020, ma il Kashmir è ancora senza una connessione ad alta velocità).

Ovviamente, tutto questo ha generato proteste diffuse anche di chi, precedentemente, aveva buoni rapporti diplomatici con il governo indiano.

Recentissima anche una notifica del ministero dell’interno, la quale, anziché virare verso una rinnovata autonomia della regione, grava quest’ultima ancora di più del peso della subordinazione: è questa l’imposizione di una tassa sulla proprietà di terreni ed edifici all’interno del territorio del Jammu e Kashmir. I partiti regionali sono in armi contro questa pesante decisione del Centro, definendola una “grave ingiustizia” per la popolazione.

Nel 2010, un governo di coalizione del Jammu e del Kashmir aveva già tentato di introdurre una tassa sulla proprietà. Tuttavia, l’opposizione locale si era rivelata così profonda che il piano fu eliminato: sarà così anche adesso?

Se il contesto economico già nel 2010 non era pronto ad un’imposta sugli immobili, oggi nel 2020, dopo un lungo periodo di blocco imposto sia per reprimere il dissenso contro le decisioni del 5 agosto, sia dal lockdown, le imprese vacillano molto di più e gli imprenditori locali, che già lottano per pagare tasse come quella sui beni e servizi, non sono contenti.

In una dichiarazione rilasciata il 9 ottobre, la Conferenza nazionale ha sottolineato che la decisione è stata presa nel mezzo di una depressione economica e di una “disoccupazione in aumento” in Jammu e Kashmir. “Lungi dall’erogare aiuti fiscali e altre misure di sostegno, il governo vuole succhiare la vita e il sangue delle persone”.

Questo scompiglio diplomatico che va avanti dall’agosto 2019 ha inquinato in maniera indelebile ed irreversibile i rapporti tra India e Pakistan, portando a far aumentare i bombardamenti attraverso la frontiera, dopo che c’era stato un calo consistente.


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