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Iran – Nasrin Sotoudeh, avvocatessa iraniana, temporaneamente libera

Nov 14 2020

Avvocatessa e attivista dei diritti umani in Iran, Nasrin Sotoudeh, in carcere dal 13 giugno 2018 per scontare una condanna di 38 anni, sei mesi e 148 frustate, sabato 7 novembre è uscita temporaneamente dalla cella, ma non è stata liberata: ha avuto un permesso per motivi di salute.

di Rosarianna RomanoOTHERNEWS

Nasrin Sotoudeh avvocatessa iraniana per i diritti
Nasrin Sotoudeh

Nasrin Sotoudeh: la rivendicazione dei suoi diritti

Avvocatessa e attivista dei diritti umani in Iran, Nasrin Sotoudeh,  in carcere dal 13 giugno 2018 per scontare una condanna di 38 anni, sei mesi e 148 frustate, sabato 7 novembre è uscita temporaneamente dalla cella, ma non è stata liberata: ha avuto un permesso per motivi di salute. Nell’augurio che quest’ultimo rappresenti una via possibile per la sua scarcerazione, Nasrin ha scritto il 7 novembre su Facebook: «Sono tornata a casa con un permesso per motivi medici per proseguire le mie terapie». 

L’attivista di 57 anni è stata considerata un pericolo contro il governo (o regime) iraniano: è stata imprigionata perché si è battuta contro la pena di morte e per i diritti delle donne, esercitando la sua professione, quindi difendendo delle ragazze che rivendicavano la possibilità di togliere il velo in Iran.
Anche sua figlia Mehraveh Khandan è stata arrestata per aver tolto il velo, un giorno che era andata a trovare la mamma in carcere. Nasrin, allora, mosse uno sciopero contro le visite dei suoi familiari, finché a sua figlia non è stata, in seguito, revocata l’accusa.

La pandemia ha colpito molto duramente il territorio persiano e la curva epidemica in Iran va peggiorando: l’Iran ha superato i 738mila casi e i 40mila decessi. Insieme all’aggravarsi della situazione sanitaria, l’attivista aveva dato il via, lo scorso 10 agosto, a uno sciopero della fame di sei settimane dapprima per chiedere il rilascio dei tanti prigionieri politici; poi, soprattutto per attirare l’attenzione pubblica e internazionale sulle condizioni carcerarie dei detenuti, per limitare il sovraffollamento e frenare così la diffusione del virus nelle carceri.

Inoltre, la già debole salute di Nasrin, aggravata da 45 giorni di sciopero della fame, ha determinato la decisione di ospedalizzare l’avvocatessa per complicazioni cardiache: trasferita dalla prigione al reparto di cure intensive, dopo gli esami medici che hanno confermato la necessità di un intervento cardiaco, l’attivista è stata però condotta, il 20 ottobre, dal carcere di Evin alla struttura femminile di Qarchak, a sud di Teheran, noto per la durezza della detenzione e i maltrattamenti sui prigionieri politici. Qui, la donna avrebbe anche contratto il Covid: a renderlo noto è il marito, Reza Khandan, con un messaggio diffuso su Facebook: “Siamo stati in ospedale per i problemi di cuore di cui soffre Nasrin. Prima di effettuare gli esami cardiaci, i medici ci hanno suggerito di fare dei test per il Coronavirus. Il suo è risultato positivo, io sono ancora in attesa della risposta”.

Tramite Nasrin possiamo parlare di tanti imputati, sconosciuti; tanti che sono in carcere ingiustamente, tanti che hanno avuto la pena di morte ingiustamente. Tanti che sono accusati di una colpa che non hanno. Tanti che esercitavano soltanto i loro diritti, o hanno combattuto in nome di essi, nuovi martiri in Paesi che non riconoscono valori atavici, primordiali, come la libertà.

Tanti come Ebru Timtik, 42 anni, avvocatessa morta il 27 agosto scorso, in Turchia. In carcere da tre anni, era stata condannata a 13 anni e mezzo per “appartenenza a un’organizzazione terroristica”, il Partito-Fronte rivoluzionario per la liberazione del popolo (Dhkp-C).

Anche lei aveva intrapreso uno sciopero della fame in nome dei suoi diritti: da 238 giorni rifiutava di nutrirsi e pesava 30 chili quando ha ceduto il cuore di Timtik, l’avvocata di sé stessa che rivendicava la sua libertà tramite il mezzo autolesionistico del rifiuto del cibo che la ha, infine, portata alla morte, liberandola dalle catene dell’ingiustizia terrena.

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L’avvocatessa Nasrin Sotoudeh sulle tracce della Rivoluzione Islamica

Sono trascorsi più di quarant’anni dal 30 marzo 1979 quando, attraverso un referendum favorevole (98,2%), l’Iran diveniva una Repubblica islamica, nella quale la novità risiedeva nel caricare l’Islam di una missione di riscatto dalla servitù americana e occidentale.
Da allora la religiosità divenne il pilastro fondante dell’azione politica, la cui eco si respira, inesorabilmente, ancora oggi.

La Rivoluzione, nonostante spinse “le donne in jeans di Teheran a coprirsi la testa col velo delle loro avole”, come scrisse Giuseppe Boffa, giornalista nel ’79, rappresentò per la componente femminile un passo indietro nell’affermazione dei loro diritti: infatti, nonostante le ragazze continuarono ad avere il diritto di voto e a frequentare la scuola, tra le prime leggi vi furono, per esempio, il divieto di divorzio e di aborto, la riduzione dell’età da marito a nove anni e la pena di morte per adulterio.

Al tempo dello Scià, invece, si poteva bere il vino e la birra, ballare, nuotare in costume da bagno, andare dal parrucchiere; non si fucilavano gli omosessuali, le prostitute e le adultere. Tuttavia, la situazione non era affatto delle migliori: si massacrava la gente nelle piazze ed era l’Occidente a stabilire il futuro dell’Iran.

Il 1979 rappresentò per l’Iran la pesante critica ad un capitalismo non in grado ormai di garantire lo sviluppo della maggior parte del mondo ma solo capace di mettere in crisi ordinamenti arcaici senza sostituirli con alcun regime di progresso: si pensò che la modernità non era quella dell’Iran capitalistico di Reza Pahlavi ma quella di un paese che chiedeva “maggiore libertà, maggiore giustizia, maggiore uguaglianza”. Tuttavia, tali rivendicazioni non arrivarono, in primis per le donne.

Negli anni successivi, si cercò di stemperare il regime creato da Khomeini: Ahmadinejad, infatti, promise di allentare le maglie alle molte restrizioni femminili (dalle norme sull’abbigliamento al tentativo di abrogare il divieto alle donne di assistere a manifestazioni sportive alle quali partecipino anche gli uomini come spettatori).

Khomeini, dal quale ebbe inizio questa teocrazia limitante soprattutto per il ruolo della donna, definiva la veste islamica “per le donne giovani e perbene”: davanti a queste parole Oriana Fallaci – unica donna a intervistare l’Ayatollah, immersa ella stessa nella veste islamica (ma con lo smalto rosso alle mani) e accompagnata dall’interprete Bagher Nassir Salamì e da Abolhassan Bani Sadr del comitato rivoluzionario – offesa, gettò via lo chador, aprì il mantello e spostò il foulard.

Per una donna iraniana, invece, un gesto simile comprometterebbe la sua vita futura: la vicenda di Nasrin dimostra che, ancora oggi, per le donne iraniane la strada da percorrere è ancora molto lunga.

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