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Il Perù non si ferma

Nov 12 2020

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

Approvata la procedura di impeachment nei confronti del Presidente Vizcarra, ma i peruviani non ci stanno.

Protesta a Lima contro la destituzione del Presidente Vizcarra

Lotta di potere

Il peruviano Martìn Vizcarra era diventato Presidente nel 2018, prendendo il posto di Pedro Pablo Zuczynski, dimessosi improvvisamente dopo essere stato accusato di corruzione ed ancora in attesa di essere processato. Il mandato di Vizcarra era stato da subito segnato da conflitti con il Palmento ove le opposizione hanno la maggioranza e che Vizcarra aveva accusato di promuovere “caos e disordine”.

Il Presidente centrista era stato accusato dalle opposizioni di aver cercato di ostacolare un’indagine per corruzione nei suoi confronti. Le accuse si basano su una registrazione audio in cui il Presidente sembra discutere con alcuni suoi collaboratori su come nascondere l’uso illecito di fondi pubblici; in particolare, il Presidente parlerebbe del pagamento del cantante Richard Cisneros, ingaggiato per diffondere messaggi di sostegno al governo. L’accusa, respinta da Vizcarra e non dimostrata poi in tribunale, sarebbe quella dunque di sprecare il denaro pubblico in una situazione in cui pandemia e difficoltà economiche hanno letteralmente messo in ginocchio il Paese.

A settembre il Parlamento aveva dunque respinto la procedura di impeachment nei suoi confronti: dopo diverse ore di incontro, infatti, i voti a favore erano solo 32, con ben 78 contrati e 15 astenuti (per rimuovere Vizcarra era necessaria almeno la maggioranza dei due terzi dei votanti). Il Parlamento è tornato però a riunirsi proprio questa settimana, al fine di pronunciarsi sulla richiesta di impeachment avanzata dal deputato Edgar Alarcon, membro dell’Union por el Perù, guidato da Antauro Humala, ex militante e fratello dell’ex Presidente Ollanta Humala, finito in carcere anch’egli per corruzione insieme alla moglie, e per questo costretto alle dimissioni che portarono all’elezione di Pedro Paolo Kuczunsky nel 2016.

Dopo gli avvenimenti di settembre, lunedì la situazione si è ribaltata ed il Presidente Vizcarra è stato rimosso dal suo incarico (circa l’80% dei deputati ha votato per la sua destituzione): è stato approvato, quindi, l’impeachment per “incapacità morale” per presunte tangenti ricevute nel 2014, quando era ancora governatore della provincia meridionale di Moquegua (quindi tra il 2011 ed il 2014). In un discorso televisivo trasmesso sempre lo stesso giorno, Vizcarra ha dichiarato di non opporsi alla decisione nel timore di una crisi costituzionale che potrebbe attraversare il Perù già in gravi difficoltà: “Saranno la storia e il popolo peruviano a giudicarci” ha affermato. 

Cosa accadrà in attesa delle nuove votazioni, previste per aprile?

Intanto, a prendere le redini del governo è stato Manuel Merino, Presidente del Parlamento e membro del Partito Azione Popolare di centrodestra, che rimarrà fino alla fine del mandato di Vizcarra previsto per il 28 luglio 2021. “Giuro per Dio, per la patria e per tutti i fratelli, che eserciterò fedelmente l’incarico di presidente della Repubblica per completare il periodo costituzionale 2016-2021” ha dichiarato tra gli applausi dell’emiciclo.

C’è da sottolineare inoltre che Vizcarra aveva più volte accusato le opposizioni di utilizzare l’impeachment in modo totalmente anomalo, e non quindi come previsto dalla Costituzione, ossia per casi di infermità mentale del Presidente, bensì per motivi strettamente politici.

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La voce del Perù

Dopo la notizia del voto, in tutte le piazze peruviane, in particolare a Lima, sono scoppiate le manifestazioni a favore di Vizcarra: in molti, infatti, ritengono che la sua deposizione sia in realtà un modo per ostacolare la riforma del sistema giudiziario messa in atto proprio da Vizcarra, nonché norme anti-corruzione. I social, ad oggi, sono pieni di inviti alla rivolta e nelle strade, nelle città e nelle proteste il tutto viene considerato proprio come un “golpe”. Lima, così come Ajacucho, Tumbes, Cuzco sono solo il simbolo di un Paese che non ci sta, di un Paese che chiede un referendum e che non si riconosce in Merino, eletto d’altronde per un soffio a Tumbes lo scorso gennaio con 5271 voti.

La popolazione peruviana, furibonda dopo il discorso di Merino in Parlamento, si è recata fuori il Palazzo del Congresso decisa ad entrare. Durissimi gli scontri della polizia che ha lanciato lacrimogeni e cannoni ad acqua, centinaia i manifestanti. Diverse organizzazioni per i diritti umani ed ONG hanno denunciato gli eccessi delle forze anti sommossa ma altrettanto forti sono state le grida dei manifestanti, gli strilli dei cartelloni ove si legge: “Congresso usurpatore”, “Merino non è il mio Presidente”, “Lunga vita al Perù”.

Ricordiamo inoltre che, negli ultimi 10 anni, il Perù si è impegnato in una crescita sorprendente sotto tutti i punti di vista: immobili, infrastrutture, strade, economia. Con l’arrivo però dell’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus, la crescita si è arrestata e l’impianto sanitario ha fatto fatica a reggere il numero di infezioni, e poi di morti, che risultato essere i più alti di tutto il Continente. Una crisi istituzionale e sociale che si interseca a quella economico-sanitaria, un Paese che, ad oggi, conta oltre 930mila contagi e 35mila vittime. Numeri che rappresentano il vero riflesso della fragilità del Paese.

La paura per la diffusione del virus non ha però fermato la popolazione peruviana, stanca di anni di corruzione e delle manovre dei politici il cui unico fine sembra mantenere il potere e le situazioni a loro vantaggio: ma il Perù non si ferma.

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