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Stati Uniti, le prime mosse di Biden per cancellare l’era Trump

Gen 30 2021

Sono già trascorsi dieci giorni dal 20 gennaio, giorno in cui il democratico Joe Biden si è insediato alla Casa Bianca come quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti. Dal fronte pandemico alle misure per contrastare l’emergenza climatica, dall’immigrazione, alle aperture per la comunità lgbtq+ e sull’aborto, fino alla politica estera: tiriamo le somme delle prime mosse di Joe Biden durante questa prima settimana.

di Rosarianna RomanoOTHERNEWS

prime mosse Biden

Poche ore dopo l’insediamento, Biden ha firmato alla Casa Bianca diciassette decreti esecutivi, i quali marcano una netta inversione di tendenza rispetto alla presidenza di Donald Trump. Il neopresidente, all’indomani della sua elezione, ha specificato su Twitter che la sua attenzione verte sulla lotta alla pandemia, i cambiamenti climatici, l’immigrazione e le questioni economiche.

Le prime mosse di Biden alle minacce della pandemia e della crisi economica

I punti di svolta più importanti della nuova amministrazione sono, evidentemente, due: il ritorno del paese nell’accordo di Parigi sul clima e nell’Organizzazione Mondiale della Sanità. È proprio sul fronte pandemico che il nuovo presidente investe le sue prime energie, imponendo l’obbligo di mascherina nelle aree di giurisdizione federale e l’ordine per istituire un nuovo ufficio della Casa Bianca che coordini la risposta al Coronavirus. In più, chi entra negli Usa in aereo dovrà sottoporsi a test e quarantena.

Il 28 gennaio, inoltre, l’immunologo Anthony Fauci ha dichiarato che l’obiettivo di Biden di riaprire la maggior parte delle scuole entro cento giorni potrebbe non essere raggiunto, in quanto il virus è ancora in forte diffusione negli USA. Nel frattempo, il presidente sta lavorando affinché il congresso approvi altri 170 miliardi di dollari per scuole primarie, college e università al fine di garantire che questi istituti applichino tutte le misure sanitarie necessarie a sconfiggere la pandemia.

Sul fronte economico, Biden ha chiesto ai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie di estendere la moratoria sugli sfratti fino alla fine di marzo e al Dipartimento della pubblica istruzione di sospendere i pagamenti delle rate dei prestiti agli studenti fino alla fine di settembre.

Venerdì 22 gennaio, inoltre, il neopresidente ha firmato altri due decreti per erogare nuovi sussidi di disoccupazione e aiuti alimentari e per l’innalzamento a 15 dollari l’ora del salario minimo per i dipendenti federali.

Emergenza climatica: la risposta di Biden all’ultima chiamata

Sul versante dell’emergenza climatica, invece, a meno di una settimana dal rientro degli Usa negli Accordi di Parigi ed in linea con nuovi ordini per contrastare il cambiamento climatico, inclusa la revoca del permesso presidenziale concesso al controverso oleodotto Keystone XL, l’inviato speciale per il Clima John Kerry il 25 gennaio ha partecipato, insieme al vice Primo Ministro cinese Han Zheng, alla Cancelliera tedesca Angela Merkel, al Presidente francese Emmanuel Macron e al premier britannico Boris Johnson, al Climate Adaptation Summit, forum online organizzato dall’Olanda.

Inoltre, il 27 gennaio Biden ha affermato che nei prossimi quattro anni gli Stati Uniti guideranno la risposta mondiale alla “minaccia esistenziale” posta dalla crisi climatica. Il neopresidente ha annunciato, poi, l’organizzazione di un vertice sul clima il 22 aprile, in occasione della giornata della Terra, e ha firmato alcuni decreti in tema di ambiente, tra cui uno che introduce una moratoria sulle concessioni per la ricerca di petrolio e gas.

Leggi anche: Biden e l’impegno sul clima di nuovo alla Casa Bianca

Le proposte sull’immigrazione

«Alcune delle azioni esecutive che firmerò oggi contribuiranno a cambiare il corso della crisi del Covid, combatteremo il cambiamento climatico in un modo che non abbiamo fatto finora, promuoveremo l’uguaglianza e sosterremo altre comunità svantaggiate – ha detto Biden il giorno del suo insediamento alla Casa Bianca – Questi sono solo i punti di partenza». Dunque, tra le prime mosse di Biden, in primo piano ci sono anche loro, gli immigrati. Non dimentichiamo, inoltre, che il 3 novembre 2020 quasi il 60 per cento degli ispanici ha votato per Biden e la sua vicepresidente Kamala Harris: la nuova amministrazione sa bene che gran parte del loro supporto e del loro elettorato è costituito da minoranze.

Tra le ordinanze che affrontano l’immigrazione, Biden il 20 gennaio ha innanzitutto revocato la dichiarazione di stato di emergenza nazionale che aveva permesso al suo predecessore di attingere ai fondi del Pentagono per finanziare la costruzione di un muro lungo il confine con il Messico, uno dei più grandi successi del mandato di Trump.

Inoltre, già in campagna elettorale, Biden aveva proposto una moratoria di 100 giorni sulle espulsioni degli immigrati irregolari: la sera del 20 gennaio 2021 il dipartimento per la sicurezza nazionale ha confermato che le espulsioni saranno sospese per cento giorni a partire dal 22 gennaio, in modo da verificare che il sistema attuale sia “giusto ed efficace”.

In più, Biden ha posto fine al divieto di ingresso ai viaggiatori provenienti da alcuni paesi a maggioranza musulmana.
Soprattutto, è in cantiere la regolarizzazione in più fasi dei circa undici milioni di immigrati che vivono negli Stati Uniti: toccherà, però, al congresso pronunciarsi su quella che appare come la riforma più ambiziosa dal 1986, anno in cui Ronald Reagan regolarizzò lo status di tre milioni di immigrati.

Le decisioni di Biden per la comunità lgbtq+ e sull’aborto

Il 25 gennaio Biden ha autorizzato le persone transgender a far parte dell’esercito, revocando il divieto imposto nel 2017 dal suo predecessore: in un comunicato della Casa Bianca si afferma che «per il presidente Biden l’identità sessuale non può essere un ostacolo al servizio nell’esercito e che la forza degli Stati Uniti risiede nella diversità».

In più, giovedì 28 gennaio il neopresidente ha autorizzato il governo federale a finanziare le associazioni straniere che promuovono o forniscono informazioni sull’aborto, revocando la cosiddetta “politica di Città del Messico”, introdotta per la prima volta da Ronald Reagan e confermata in seguito dai presidenti repubblicani, compreso ovviamente Trump. Biden, inoltre, ha ordinato una revisione del blocco dei finanziamenti alle cliniche statunitensi che praticano l’aborto.

Chiamata così perché fu annunciata durante la Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite sulla Popolazione che si tenne a Città del Messico nel 1984, la “politica di Città del Messico” è tuttavia detta dai suoi oppositori “Global Gag Rule” – letteralmente “Regola del bavaglio globale” – in quanto colpisce anche le organizzazioni che non praticano direttamente le interruzioni di gravidanza ma si limitano a fornire alle donne informazioni in materia.

Politica estera: Washington e Pechino

A piccoli passi, in appena dieci giorni, la nuova squadra statunitense ha operato una svolta rispetto all’epoca di Donald Trump: l’amministrazione Biden, già dalle sue prime mosse, ha infatti adottato una filosofia opposta, con una grande attenzione a un approccio multilaterale e alle alleanze. Tuttavia, negli USA, tra le due diverse ere, vi è un significativo file rouge in politica estera.

Nell’ultimo giorno trascorso al dipartimento di stato, infatti, il capo della diplomazia di Donald Trump Mike Pompeo ha pubblicato una dichiarazione in cui accusa la Cina di “genocidio” nei confronti della popolazione uigura dello Xinjiang. Era l’ultima scia di un’amministrazione che ha fatto della Cina il suo primo nemico? Non solo. Poco dopo, Antony Blinken, segretario di stato scelto da Biden, in senato per la conferma della sua nomina, ha condannato il medesimo crimine.

Da Washington è stata condannata anche l’incursione di jet cinesi nella zona di difesa aerea di Taiwan, isola da sempre rivendicata da Pechino come parte della Repubblica popolare. Tuttavia, pur nella comune ostilità con la Cina, è sulla forma che l’amministrazione Biden cambierà approccio, in quanto disposta a mantenere aperti canali di dialogo e collaborazione con la Pechino.

Le mosse di Biden in Europa

Una delle prime telefonate fatte da Biden è stata al segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, per riaffermare l’impegno degli Stati Uniti sull’articolo 5 dell’accordo atlantico, che garantisce un sostegno automatico all’Europa in caso di aggressione.

Biden ha chiamato anche Emmanuel Macron e Angela Merkel per manifestare la sua volontà di lavorare insieme. Proprio quest’ultima, nel suo intervento al vertice di Davos di questa settimana, ha evocato la tensione persistente tra Stati Uniti e Cina – unico elemento di continuità tra le due amministrazioni – scongiurando, tuttavia, un clima di guerra fredda.

Biden e Putin

Il 26 gennaio il presidente statunitense e quello russo Vladimir Putin hanno avuto un primo colloquio in cui hanno raggiunto un accordo per una proroga di cinque anni del trattato sulla riduzione delle armi nucleari New Start, in scadenza il 5 febbraio. I due leader hanno anche discusso del possibile rientro degli Stati Uniti nell’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano. Infine, Biden ha espresso la sua preoccupazione per l’avvelenamento e per l’arresto dell’oppositore russo Aleksej Navalnyj.

Le mosse di Biden in Medio Oriente

I primi segni di cambiamento alla Casa Bianca, in termini di politica estera, riguardano soprattutto il Medio Oriente: l’amministrazione Biden ha sospeso la vendita di armi degli Stati Uniti all’Arabia Saudita e sta rivedendo la vendita agli Emirati Arabi Uniti, compresa quella di aerei Lockheed Martin F-35. Quest’ultima era stata approvata dall’amministrazione Trump come parte dell’accordo, firmato nel 2020, di normalizzazione delle relazioni Emirati Arabi Uniti – Israele.
L’equipe di Biden, inoltre, si è impegnata a porre fine al sostegno degli Stati Uniti alla guerra guidata dai sauditi nello Yemen.

Queste prime mosse di Biden, fuochi di speranza emanati in soli dieci giorni, si tradurranno in politiche durature per cancellare il buio dell’era Trump?
Forse che ha ragione Neruda e “potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno la primavera“?

Leggi anche: Trump se ne va ma il trumpismo resta

admin

One Comment

  1. Tutto cio’ è positivo : ora pero’ si tratta di lanciare l’iniziativa di un effettivo e totale disarmo nucleare mondiale PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI !!!

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