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Il Punto sull’Iraq

Dic 28 2019

di Guglielmo Rezza – OTHERNEWS

Prosegue l’impasse politica che sta paralizzando l’Iraq, dove più di quattrocento persone hanno perso la vita negli ultimi mesi di proteste.

Proteste in Iraq

Le dimissioni del Primo Ministro Mahdi avrebbero dovuto esser seguite, secondo la procedura indicata dalla Costituzione irachena, dalla nomina di un nuovo Primo Ministro da parte del Presidente Salih: quest’ultimo ha tuttavia rifiutato di conferire la nomina ad Asaad Al-Eidani, candidato sostenuto dal blocco parlamentare di maggioranza, affermando di essere pronto a dimettersi piuttosto che nominare Al-Eidani Primo Ministro.

Per capire il motivo del rifiuto del Presidente e delle Proteste è tuttavia necessario fare qualche passo indietro, sino al 2005. A seguito dell’intervento americano del Paese, con l’obbiettivo di favorire la pacificazione tra i diversi gruppi religiosi, etnici e tribali che compongono il Paese, venne approvata una Costituzione di stampo consociativo che prevedeva la formazione di grandi coalizioni di governo, un federalismo con ampie autonomie locali -specialmente nel caso del Kurdistan- e un sistema di ripartizione di cariche e posizioni di potere su base etnica e religiosa. Tale sistema avrebbe dovuto teoricamente garantire le prerogative delle minoranze rispetto alla maggioranza sciita, in un Paese che, sotto Saddam, aveva visto la maggior parte delle posizioni di potere assegnate a sunniti. Il sistema ha favorito negli anni la perpetuazione della spartizione delle risorse del Paese tra le élite dominanti, legando la loro immagine a casi di corruzione e cattiva gestione. Tale situazione si va inoltre a collocare in un contesto politico profondamente instabile e segnato da decenni di conflitto, in un Paese che dal 2003 ad oggi ha conosciuto ben pochi momenti di pace ed è stato caratterizzato da una profonda divisione interna. Nel frattempo il Paese ha conosciuto crescenti livelli di stagnazione economica e disoccupazione, in un contesto di mancata redistribuzione delle risorse.

Un altro fattore importante per comprendere le proteste in corso è il posizionamento internazionale del Paese: sotto Saddam Hussein, dal 1980 al 1988, l’Iraq ha combattuto un lungo e particolarmente aspro conflitto contro il vicino Iran, venendo finanziato anche da potenze Occidentali ostili al nuovo regime instauratosi in Iran dopo la rivoluzione khomeinista. Dopo la caduta del regime di Saddam e con la riduzione della presenza americana nel Paese, l’Iraq si è progressivamente avvicinato all’Iran, in un processo che ha avuto il suo culmine nella recente guerra contro l’Isis. Un ruolo determinante nel conflitto è stato infatti giocato da agguerrite milizie sciite spesso molto vicine all’Iran, che hanno notevolmente rafforzato l’influenza iraniana in Iraq, ad oggi giudicata da alcuni troppo ingombrante, come anche dimostrato dagli attacchi ai consolati iraniani a Karbala e Najar che hanno avuto luogo nel corso delle proteste. L’Iran è associato dai manifestanti al blocco parlamentare dominante e le milizie filo iraniane alla repressione che ha causato più di 400 morti.

Torniamo dunque ai fatti più recenti: il rifiuto da parte del Presidente di nominare Asaad Al-Eidani come primo ministro sarebbe dovuto al fatto che tale personalità è ritenuta dai manifestanti troppo vicina alla coalizione di governo contro cui essi stanno manifestando -Al Eidaani è governatore di Bassora, già coinvolto in casi di corruzione- e all’Iran che lo supporta. Le manifestazioni continuano ad essere particolarmente accese nelle città del sud del Paese, dove la maggior parte della popolazione è di confessione sciita. Il dato potrebbe sembrare in apparente contraddizione con le manifestazioni di insofferenza nei confronti del vicino sciita iraniano, ma bisogna innanzitutto tener conto di come esso sia associato alle élite dominanti irachene, accusate di essere corrotte e di essere la causa della crisi economica, e del ruolo giocato da Moqtada al Sadr.

Moqtada al-Sadr, figlio di ayatollah e leader sciita, è un personaggio fondamentale nella vita politica del Paese sin dall’insurrezione contro gli americani del 2004. Al-Sadr, nonostante la sua rigorosa fede sciita, ha sempre mantenuto un rapporto ambivalente con l’Iran, con fasi di avvicinamento e allontanamento: anche nell’ultima lotta contro l’ISIS le milizie a lui legate -le Compagnie della Pace- si sono distinte rispetto a quelle marcatamente filo iraniane. Anche nelle presenti manifestazioni al-Sadr sta cercando di cavalcare il malcontento, prendendo posizione contro la corruzione del governo che denuncia da tempo e contro l’eccessiva influenza iraniana. La sua influenza è specialmente forte a Baghdad e da non sottovalutare nelle città sciite del sud. Non bisogna del resto dimenticare che anche lo stesso Ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità religiosa sciita del Paese, ha espresso comprensione nei confronti dei manifestanti, non ritenendo sufficiente un semplice rimpasto e  invocando nuove elezioni per uscire dalla situazione in cui l’Iraq si trova.

Le correnti manifestazioni sono quindi un fenomeno complesso influenzato da fattori interni ed esterni in un Paese estenuato da conflitti, instabilità, corruzione e crisi economica. L’esasperazione verso la corruzione si intreccia con fratture etniche e confessionali, in una crisi che difficilmente potrà risolversi senza ricorrere a nuove elezioni.

Per comprender meglio la complessità della situazione in corso può essere utile ascoltare una voce del posto, che Othernews ha intervistato in esclusiva la scorsa settimana 👉  Proteste in Iraq, intervista esclusiva

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