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Francesco, un papa al centro del mondo

Ott 24 2020

di Rosarianna Romano OTHERNEWS

In un documentario presentato mercoledì al Festival del Cinema di Roma, Bergoglio dichiara che le persone omosessuali hanno il diritto di essere una famiglia.

Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
(1Gv 4,18)

Papa Francesco

Ragazzi, Papa Francesco porge la mano alle coppie omosessuali.

Ascoltate bene: “Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”. Queste le parole di Bergoglio, nel documentario Francesco, presentato in anteprima mondiale mercoledì 21 ottobre alla Festa del cinema di Roma a firma di Evgeny Afineevsky, cineasta russo candidato all’Oscar. A riportare le dichiarazioni di Papa Francesco è il sito statunitense Catholic News Agency.

È innegabile che le parole di Francesco rappresentano un passaggio importante, l’ennesima sliding doors della Chiesa Cattolica: è la prima volta che un pontefice si dice favorevole alle unioni civili omosessuali. È la prima volta che un papa si dice propizio alle unioni civili dei gay, le quali devono essere protette da una copertura legale.

Il papa, tuttavia, si era già espresso in passato in materia. Per esempio, nell’Esortazione postsinoidale Amoris laetitia (n. 250), scriveva: “Desideriamo innanzi tutto ribadire che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione”. In più, l’invito alla Chiesa ad accompagnare gli omosessuali affinché “possono avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita”.

E di esempi, se ne potrebbero sprecare: fino al 16 settembre scorso, quando, accogliendo al termine dell’udienza generale del mercoledì un gruppo di genitori con figli Lgbt, dichiarava: “Il Papa ama i vostri figli così come sono. E anche la Chiesa li ama”. In quell’occasione accettava in dono una maglietta arcobaleno con una frase del Vangelo di Giovanni: Nell’amore non c’è timore.

In ogni caso, negli ultimi anni, diversi porporati e personalità vicine al Papa avevano sostenuto la stessa linea. Tra gli altri, a favore del riconoscimento delle unioni civili si sono pronunciati i cardinali Walter Kasper, Gualtiero Bassetti – presidente della Cei – e il vescovo Marcello Semeraro.

Ma Francesco ha più volte chiarito che “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione – come spiegò nel 2016 alla Rota romana – il matrimonio tra uomo e donna va distinto da altre unioni”. E, soprattutto, le frange più conservatrici del Vaticano resteranno sempre scettiche.

Ma non è questo il punto.

Il documentario, non affronta solo il tema dell’omofobia: in 118 minuti il regista mette in scena interviste esclusive a papa Francesco e grandi personaggi, spaziando dalla pandemia all’ecologia, dagli abusi sessuali all’ingiustizia della povertà, dall’emancipazione femminile al razzismo.

E questo perché Bergoglio rappresenta un ago cardine della politica internazionale, del mondo cattolico e non.

Un papa al centro. Un papa presente e parlante sui temi più caldi dello scacchiere internazionale. Spiega Afineevsky (Cries From Syria, Winter on Fire): “Quando ho fatto il film sulla Siria e sull’Ucraina ho come avuto voglia di speranza e ho pensato al Papa che con i suoi interventi ha toccato tutti gli argomenti dolorosi del presente.”

E poi, c’è una frase. La frase che rende esplicito il ruolo del papa in questo mondo devastato dal segno della crisi climatica che ha portato con sé l’incubo della pandemia: “Si può dire anzi che in questo senso questo documentario non è su lui, ma sui disastri del mondo”, continua il regista. È un documentario sui disastri del mondo perché Bergoglio ha partecipato a tali tragedie.

Tremano le mani al ricordo di quel giorno, quel 27 di marzo devastato dalla pandemia, in cui era solo e sotto la pioggia – in quella piazza del Bernini che ha visto passare secoli e mitre, santi e madonne, vie crucis e avemarie – quando elargiva urbis et orbi la benedizione e l’indulgenza plenaria e quelle parole, insieme devastanti e speranzose: “Signore, non lasciarci in balia della tempesta” – e ancora – “Su questa barca ci siamo tutti”. Era solo, Francesco, ed era al centro di quella piazza; era solo, il papa, ma era al centro del mondo tutto.

È il papa che incontra i migranti e si espone, mentre la sinistra mondiale decreta il suo fallimento. Come quando, nel dicembre 2019, Bergoglio ha incontrato alcuni rifugiati arrivati da Lesbo con i corridoi umanitari e ha ricevuto in dono un giubbotto salvagente appartenuto a un migrante ignoto morto annegato nel Mediterraneo. Poi, quel giubbotto, lo ha messo su una croce in resina e appeso all’accesso al Palazzo Apostolico dal Cortile del Belvedere.

“Sono stato toccato da lui non come Papa, ma come persona. Lui è un vero gesuita, un uomo d’azione, ma anche un vero leader una cosa che manca molto oggi”, dichiara, non a caso, Afineevsky.

Un vero leader, un uomo politico, un sovrano: se ci fossero ancora le commissioni d’artista sarebbe rappresentato con il colletto damascato e la mitra, sullo sfondo di quinte dai ricchi panneggi, ieraticamente inginocchiato al cospetto di una Croce? Ma no, credo proprio che storcerebbe il naso.

Francesco, quella croce, la porta addosso o vi mette sopra un giubbotto di un migrante.

Preferirebbe, forse, essere vestito con un saio, come il Santo di cui porta il nome.

Proprio nel giorno della memoria di quel frate, San Francesco, il 4 ottobre, Bergoglio proclama l’enciclica Fratelli tutti. E per tutti, s’intende, evidentemente, tutti: anche le persone Lgbtq+.

Mentre ci chiediamo se Fratelli tutti avrà un’influenza politica paragonabile a favorire processi di liberazione come quelli che dobbiamo a Giovanni Paolo II nei confronti dell’Urss negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso e, prima, a Giovanni XXIII che nel 1962 con Pacem in terris ebbe un ruolo decisivo nell’evitare il conflitto atomico, preghiamo con Francesco affinché il mondo ora come non mai, davvero, s’abbracci.

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