Guerre e Armamenti, Politica Internazionale

Nagorno Karabakh – Vincitori e vinti nel Caucaso

Nov 11 2020

L’Armenia, sconfitta sul campo, ha dovuto accettare una pace che sancisce l’occupazione o restituzione -a seconda del punto di vista- all’Azerbaigian di larghe porzioni di territorio del Nagorno Karabakh. Una pace che rimarrà un’onta nella coscienza collettiva del popolo armeno, così come lo fu per gli azeri nel 1994.

di Guglielmo RezzaOTHERNEWS

Immagini dei combattimenti pubblicate dal Ministero della Difesa armeno

La caduta di Shusha e la sconfitta dell’Armenia

Nella notte di lunedì il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, il Presidente azero Ilham Aliyev e il Presidente russo Vladimir Putin hanno firmato l’accordo per il cessate-il-fuoco, che pone fine a 6 settimane di aspri combattimenti.

L’Armenia si sveglia come una Nazione sconfitta, battuta sul campo e costretta a firmare un accordo di pace definito da Pashinyan stesso “estremamente doloroso“. I combattimenti hanno coinvolto sia il territorio della Repubblica di Artsakh, ossia l’entità statale de facto che amministra il territorio del Nagorno Karabakh, che le aree circostanti che l’Armenia presidiava con le sue truppe dal 1994, col fine di garantire la continuità territoriale del Nagorno Karabakh con l’Armenia.

Le truppe azere hanno ottenuto i risultati più importanti nel settore meridionale del fronte, dove sono riuscite a garantirsi il controllo di tutta la linea di confine con l’Iran e da dove hanno lanciato l’offensiva sulla la città di Shusha. La città ha capitolato nel weekend: dapprima le autorità armene hanno provato a negare il fatto, sostenendo di aver respinto l’offensiva azera, ma poi la realtà è emersa in tutta la sua criticità. Shusha è la seconda città più grande dell’Artsakh e soprattutto la sua caduta apriva la strada all’offensiva verso la capitale Stepankert.

Così, a fronte di una situazione militare divenuta insostenibile e per scongiurare il rischio di perdere anche la stessa Stepankert, la autorità armene sono state costrette ad accettare, più in fretta possibile, il cessate-il-fuoco, in un accordo mediato dai russi. Le condizioni prevedono il ritiro delle truppe armene da tutti i distretti che controllava al di fuori dei confini del Nagorno Karabakh e che la città di Shusha rimanga in mano azera. Il ritiro delle truppe armene avverrà gradualmente, in due momenti separati, tra il 15 Novembre e l’1 Dicembre.

A garantire l’integrità territoriale di ciò che rimane del Nagorno Karabakh armeno interverranno le truppe di interposizione inviate dalla Russia, che stanno già prendendo posizione nella zona. Un altro compito delle forze russe sarà quello di garantire la salvaguardia del cosiddetto “corridoio di Lachin”, una striscia di terra che garantirà la continuità territoriale tra l’Artsakh e la madrepatria armena. Inizialmente il Presidente azero Aliyev aveva parlato anche di forze turche da affiancare a quelle russe, ma Mosca ha presto smentito questa affermazione.

Mappa che illustra chiaramente le condizioni di pace previste dall’accordo, elaborata dalla BBC

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Un nuovo capitolo per il Nagorno Karabakh

Questi avvenimenti ribaltano completamente la situazione nella regione, aprendo un capitolo completamente nuovo. Armenia e Azerbaigian sono stati in lotta per il Nagorno Karabakh sin dal 1918, quando i due Stati sorsero dalle macerie dell’Impero russo. Già allora i due paesi si scontrarono più volte, tra il 1918 e il 1920, per il controllo di quei territorio, che infine i bolscevichi assegnarono alla neonata Repubblica Socialista Sovietica Azera.

Venendo a tempi più recenti, la storia contemporanea di Armenia e Azerbaigian, quali Paesi indipendenti dall’Unione Sovietica, vedeva come evento fondativo la guerra combattuta tra il 1992 e il 1994. Il conflitto si era concluso con la sconfitta dell’esercito azero, debole e disorganizzato, sbaragliato dalle truppe armene, che occuparono più del 10% del territorio della neonata repubblica dell’Azerbaigian. La guerra creò più di 500.000 rifugiati azeri, costretti a lasciare la regione a maggioranza armena e di cui l’Armenia aveva adesso preso il controllo. Su queste premesse i due Paesi avevano costruito la propria narrativa storica e gli ultimi 26 anni sono stati dominati dal mito dell’invincibilità dell’esercito armeno -sebbene già parzialmente compromesso nella guerra dei 4 giorni del 2016- e dell’irredentismo azero, che reclamava quei territori sottratti.

Il tema della riconquista del Nagorno Karabakh e del ritorno dei rifugiati nelle proprie terre d’origine ha dominato la politica azera dall’indipendenza ad oggi e quell’obiettivo sembra essere stato finalmente raggiunto. La notizia dell’accordo di pace è stata accolta con manifestazioni di giubilo per le strade di Baku e delle principali città azere: l’Azerbaigian ha festeggiato il risanamento di una ferita vecchia di più di 25 anni e ha ritrovato il proprio orgoglio.

Al contrario, ad Erevan la notizia del cessate-il-fuoco ha causato manifestazioni di piazza, al punto che i manifestanti hanno occupato il Parlamento e malmenato il Presidente dell’Assemblea. Gli armeni hanno combattuto per quelle che ritenevano essere le proprie terre, dove si trovavano le proprie case, solo per scoprire di aver perso la guerra. Sebbene l’accordo fosse probabilmente l’unica via d’uscita per salvare Stepankert, capitale dell’Artsakh e scongiurare una catastrofe ancora maggiore, il popolo armeno si è sentito tradito dalla classe politica e chiede giustizia.

Cosa succede ora

A livello interno l’esito della guerra ha profondamente destabilizzato il governo di Ervan. Pashinyan è accusato dai manifestanti di aver tradito gli armeni di Armenia e del Nagorno Karabakh e nonostante l’arresto e il seguente rilascio di un centinaio di persone le proteste non sembrano destinate ad fermarsi. Ben diciassette partiti d’opposizione si sono uniti ai manifestanti e si chiedono le dimissioni del governo che ha firmato l’accordo.

A livello internazionale è invece possibile dire che il vincitore di questo conflitto -dopo ovviamente l’Azerbaigian- è stata la Turchia, che ha sostenuto militarmente e politicamente le truppe azere e che ha prepotentemente affermato la propria presenza nel Caucaso, proprio nel cortile di casa della Russia. Ankara ha così rafforzato in maniera determinante la propria alleanza con Baku, fondamentale per il proprio sostentamento energetico. Il tutto è avvenuto senza alcuna reazione americana, poiché l’offensiva è stata accuratamente lanciata in un momento in cui gli Stati Uniti erano troppo concentrati su quanto stava accadendo a casa propria per far caso a un conflitto sulle montagne del Caucaso.

La Russia si è invece trovata a dover gestire una guerra non voluta, che ha permesso alla Turchia di avanzare e che ha destabilizzato gravemente l’Armenia. Tuttavia, sebbene sicuramente non possa dirsi vincitrice o soddisfatta dei recenti avvenimenti, ha fatto in modo di riaffermare il proprio ruolo di negoziatore nella regione, mediando la conclusione dell’accordo di pace e inviando le proprie truppe di interposizione.

A questo punto bisogna vedere cosa accadrà sul breve e sul lungo periodo. Per quanto riguarda l’immediato futuro c’è infatti da domandarsi se l’accordo di pace terrà e se il ritiro delle truppe armene verrà attuato senza incidenti. Rimane poi da vedere cosa accadrà nei prossimi anni: l’Armenia non dimenticherà mai l’umiliazione ricevuta, ma al momento l’Azerbaigian è oggettivamente più forte e più ricco e l’Armenia non può fare nulla per modificare la situazione.

Si apre una nuova fase per il Nagorno Karabakh, con un Azerbaigian vittorioso e un’Armenia sconfitta che non si rassegnerà a cedere quei territori e che aspetterà l’occasione per reclamare quanto le spetta, dovessero passare altri 25 anni.

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