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Africa: i giovani contro i presidenti a vita

Gen 16 2021

Il sogno del panafricanismo sembra rivivere attraverso la battaglia condotta dai giovani africani contro i presidenti a vita che, in molti stati del continente nero, detengono un potere trentennale.

di Gianfranco Maselli– OTHERNEWS

Giovani protestano contro il presidente a vita Yoweri Museveni, in carica da 34 anni

Come possono i rami cantare la primavera dell’albero se le radici o il tronco si preoccupano di soffocarli, piuttosto che lasciarli crescere e, attraverso le difficoltà, maturare? Significherebbe, dice Pierre Piessou durante la conferenza dello scorso 13 gennaio dell’Agenzia DIRE, trattenere la vita nel suo più puro e antico divenire.

La metafora del mediatore culturale è stata, senza ombra di dubbio, il momento più alto di un dibattito incentrato sulle sfide giovani contro i presidenti a vita in Africa, battaglie che negli ultimi giorni hanno guadagnato sempre più spazio anche nei media europei e che meritano di essere raccontate.

Un’Africa mozzafiato

L’africa negli ultimi mesi del 2021 è stata al centro dei riflettori mediatici, lasciando più di un giornalista senza fiato di fronte alla quantità di eventi che si sono avvicendati nel continente. Il colpo di stato in Malì e la fine del governo di Al Bashir in Sudan sono in realtà soltanto la punta dell’iceberg in un’Africa che sembra esprimere, giorno dopo giorno, delle istanze di rinnovamento e unione che sembrano ricordare, in qualche modo, il sogno del Panafricanismo che tanto aveva animato il continente nei primi anni ’60.

Le nuove iniziative economiche, le moderne progettualità del mondo del lavoro e la fioritura culturale si accompagnano ai movimenti di protesta, alle ribellioni contro il potere sempre più connesse, alla spinta di nuovi attori politici che scalpitano per entrare in campo. È un’energia potente quella che sembra propagarsi, una forza di cui è impossibile ignorare due dati.

Scontro generazionale

Il primo è, senza dubbio, la giovane età. Non ne siamo molto sorpresi, del resto l’Africa è attualmente sia uno dei continenti più giovani al mondo (con un’età media che si aggira attorno ai 19 anni), sia uno dei più popolosi, vantando prospettive di incremento demografico che fanno decisamente discutere. (Dall’attuale miliardo di abitanti, nel 2050 la popolazione potrebbe raddoppiare a 2,3 miliardi.)

Il secondo è l’incredibile antagonismo che contraddistingue questa energia e la oppone direttamente all’ attuale classe dirigente del paese la cui età media, ahimè, si aggira attorno ai 67 anni.

Ciò che ne risulta è uno scontro generazionale guidato dai giovani contro i vetusti presidenti a vita che perpetuano indisturbati i loro illeciti e contro quei politici che sembra non vogliano rinunciare alla poltrona dopo 30 anni di servizio, incapaci di comprendere un paese i cui bisogni e le cui generalità sono cambiate negli anni.

È interessante riconoscere come questo fenomeno di opposizione giovanile si sia diffuso spontaneamente in moltissimi stati africani, concretizzandosi, di paese in paese, in declinazioni differenti ed autonome che meritano di essere esaminate singolarmente.

I giovani contro presidenti a vita in Uganda. Museveni in carica da 34 anni.

L’Uganda è certamente il paese africano che negli ultimi giorni ha fatto maggiormente parlare di sé. Il motivo non è da ricollegarsi soltanto al fatto che, che tra i tanti processi elettorali avvicendatisi in Africa, l’Uganda è stato l’ultimo paese ad andare al voto proprio qualche giorno fa.

Ciò che ha fatto discutere e che ha portato i giovani nelle piazze è l’esito delle elezioni: la riconferma della presidenza di Yoweri Museveni, 76enne in carica da ben 34 anni, candidatosi per l’ennesima volta grazie all’abolizione del limite di età fissato in Costituzione, una rettifica legislativa che, ovviamente, porta la sua firma.

La rabbia nelle piazze si è accesa, coagulandosi in un movimento che, nonostante la risposta violenta delle forze dell’ordine, continua a chiedere pacificamente un’inversione di rotta che porti la politica lontana dalla corruzione. Il movimento in questione, guidato dall’ex pop star Bobi Wine, ha raccolto il malcontento delle frange più giovani del paese, animate dalla consapevolezza di aver vissuto per tutta la vita un paese a senso unico, dove non c’è l’ombra di alcuna opposizione né di democrazia e dove non esiste politica se non quella di Museveni, al potere sin dal 1986 assieme ad un’élite legata all’esercito, un’oligarchia che si mantiene in piedi attraverso la continua corruzione.

L’ex pop-star ugandese Bob Wine

Le proteste giovani contro i presidenti a vita portano con sé anche una nuova attenzione per temi importanti e cari all’Uganda. Esempi lampanti sono la legalità, la democrazia, le energie alternative, le economie alternative e l’ecologia integrale, soltanto dei propositi che sembrano rimare perfettamente con lo slogan scelto da Bobi Wine: People power, our people.

Les Transformateurs e le leggi ad personam del presidente Deby in Ciad

Anche il presidente del Ciad Idriss Deby sembra avere una buona dimestichezza con le leggi ad personam, tant’è che sono circa 30 anni che il presidente è al potere occupando una posizione diventata ancora più blindata dopo una legge che ha alzato a 45 anni l’età minima per aspirare alla carica presidenziale. La norma, in realtà, mira ad ostacolare in particolare Succe Masra, ex economista della banca mondiale poi diventato principale oppositore del governo, militando nel partito Les Transformateurs e sfidando Deby.

Masra è stato escluso dal processo elettorale perché 38enne, ma questo non ha placato la sua lotta e quella di tanti altri giovani contro il presidente a vita africano che, tuttavia, non ha reagito benissimo. Alle manifestazioni pacifiche da parte di Masra e dei sostenitori di Les Transformateurs sono seguiti violenti attacchi alla sede del partito, l’arresto di alcuni membri, addirittura la tortura per altri. La colpa? Aver diffuso un’idea di politica più inclusiva che lasci spazio anche alle istanze delle nuove generazioni.

La provocazione dei giovani di Angola contro i presidenti a vita

Di giovani che si slanciano verso il cambiamento ce ne sono anche qui, così tanti che sabato 9 gennaio le strade della capitale Luanda difficilmente riuscivano a contenere le loro manifestazioni contro la corruzione in cui l’età media era di appena 20 anni.

È risaputo che la fantasia e l’arguzia non conoscono limiti quando si è giovani. Fatta questa premessa, non ci si può sorprendere di quella bara che, a fine manifestazione, è stata apposta al centro di Largo dell’Indipendenza a simboleggiare la morte del partito di governo, il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola al potere da appena 35 anni, perfettamente schermato da un accurato sistema di corruzione e favoreggiamenti contro cui nessuno osava contrapporsi, almeno fino ad ora.

Anche Nigeria e Guinea contro i presidenti affezionati alla poltrona

La battaglia giovanile contro la vecchia politica si fa spazio anche in Nigeria, il Paese più popoloso dell’Africa ma anche quello che contiene una delle spinte giovanili più forti dell’intero continente. Ne avevamo parlato già mesi fa: Nigeria, non è un paese per vecchi.

Qui un movimento contro le violenze della polizia ha chiamato direttamente in causa Muhammadu Buhari, presidente ultraottantenne, già dittatore militare negli anni ’80. L’ondata di proteste si diffonde anche in Guinea, dove a 82 anni il capo di Stato Alpha Condè si è assicurato un terzo mandato facendo scoppiare forti proteste giovanili, acuitesi maggiormente dopo l’abolizione del limite massimo di mandati da parte del governo stesso.

Cosa accade in Costa D’Avorio, Togo, Camerun, Mali, Congo e Zimbabwe…

Una vicenda simile è quella della Costa D’avorio dove tante proteste giovanili hanno contestato sia il processo preelettorale per via della presenza di due ex-presidenti candidatisi per un terzo mandato incostituzionale, sia il processo post-elettorale il cui risultato è stato palesemente condizionato da brogli elettorali. Non sono da meno il Togo, dove i giovani protestano contro la dinastia Gnassingbé, al governo del paese dal 1967. Allo stesso modo il Camerun, il Mali, il Congo e lo Zimbabwe vengono travolti, nel frattempo, dalla stessa crescente insofferenza giovanile contro i vecchi politici perennemente al potere, abili nell’agevolare il serpeggiare della corruzione nel paese ma incapaci di fronteggiare le sfide della modernità ed emergenze come quella del Covid-19, affrontate con una pessima gestione dei fondi economici.   

I giovani vogliono immaginare un’Africa diversa

Sarebbe certamente un errore scambiare tutto questo per movimenti intenzionati a cacciare le vecchie generazioni. Quanto sta accadendo è, piuttosto, una fioritura spontanea di giovani attori che calcano la scena da punti differenti, accomunati dal desiderio di un’alternativa.

L’idea che alimenta questo movimento e lo sparge nel continente africano trae energia dal quel desiderio di pluralismo politico coltivato da quei giovani che, dalla loro nascita, non hanno conosciuto nessun’altra politica se non quella dei presidenti a vita africani.

Qual è il messaggio più prezioso se non un invito a smettere di restare a guardare un continente in cui la politica è unico appannaggio di un potere cristallizzato e cominciare, piuttosto, ad immaginare un’Africa più giovane dove il cambiamento è possibile, dove i presidenti a vita africani lascino ai nuovi rami la possibilità di espandersi, crescere, provare, sbagliare, riuscire, vincere?

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